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Liberi e illusi: la falsa democrazia della Rete

Iniziamo subito con un consiglio di lettura: tutto ciò che segue si può infatti leggere più compiutamente in La Rete è libera e democratica (Falso!) di Ippolita per la collana degli Idòla Laterza. Perché è importante? Perché tutti viviamo nella cosiddetta realtà aumentata e, che lo si sappia o meno, ci siamo evoluti da citizens a netizens.

internet

Informatica: mai nome fu più tendenzioso di questo, poiché deriva dalla crasi tra informazione e automatica. Ciò suggerisce che questo campo del sapere in continua espansione derivi da un processo circolare, una sorta di autopoiesi. In verità c’è ben poco di automatico: quello che noi chiamiamo informatica è il frutto della faticosa collaborazione di moltissimi uomini che, con l’elaborazione di codici e linguaggi peculiari, comunicano con certe macchine. Questa tutt’altro che banale relazione dà luogo alla Rete, un gigantesco insieme di protocolli informatici di vario genere, numero e caso di cui noi però, da utilizzatori finali, vediamo spesso soltanto la pellicola superficiale: il Web, che è come dire l’Http, “avvolge tutti i protocolli di rete e ci permette di fruirne in maniera molto semplice, ignorando cosa succede al di sotto” (pag 7).

D’altronde il mantra del Web è più o meno il riproporsi dei soliti (ormai triti) slogan: trasparenza, gratuità, fluidità, condivisione, libertà, addirittura democrazia. Nessuno smentisce che siano allettanti. Lo sono talmente tanto che hanno fatto la felicità dei colossi del settore, principali fornitori di servizi 2.0, quali Google, Facebook, Microsoft, Twitter, Apple, Yahoo!, AOL, solo per citarne alcuni. Loro ci forniscono servizi, spesso gratis, e noi regaliamo loro, se non di buon grado almeno con leggerezza, i dati che ci identificano come cittadini digitali. Si potrebbe ben dire che è un patto un po’ strano, alla Dorian Gray, con la differenza che lui almeno restava giovane, noi invecchiamo pure. La tecnica del profiling non è più un mistero, certo, così come non lo sono i cookies che tormentano le nostre odissee informatiche. È tuttavia interessante notare come ci siamo adeguati a questo neanche troppo lento cambiamento dal possedere i nostri dati al riporli “da qualche parte”, sulle nuvole (più verosimilmente in un capannone fumante zeppo di hard disk in Islanda), con la stessa indolenza con cui ci si adegua al ritmo delle stagioni.

Va bene, abbiamo capito. Un po’ forse ce lo eravamo anche immaginato quando abbiamo cliccato su Terms and conditions, leggendo a malapena le scritte minuscole (che poi anche questi famigerati termini cambiano piuttosto spesso, ci dicono, per migliorare la nostra sicurezza di navigazione…). Per il Web siamo consumatori, e come tali veniamo trattati. Rimane però forse il fatto che lo stesso Web permette a chiunque di condividere ed avere accesso a quantità impressionanti di contenuti: tutti siamo uguali di fronte alla Cyber-Legge. Noi tutti ci possiamo esprimere liberamente e navigare nel mare della rete. Com’è allora che premendo su “Mi sento fortunato” Google conduce proprio alla pagina che si stava cercando? La magia è presto interrotta: anche la nostra navigazione è regolata da algoritmi. A ben guardare, le nostre schede di ricerca si assomigliano tutte sinistramente, e le zone d’ombra del Web, pressoché inesplorate, sono molte. Il mare aperto su cui credevamo di surfare è in realtà uno stagno, poco più di una pozzanghera.

Ci vogliono sempre accesi, Always on!, sempre sul pezzo, a commentare tutto ciò che ci riguarda, quasi che sia la nostra vita a doversi adeguare ai nostri profili. Così aumentiamo la realtà perché di quella vera è rimasto ben poco, forse solo i margini, i contorni (“profilo” non vuol dire proprio questo?). Certo, stiamo alle regole di un gioco che non conosciamo perché ci sentiamo chiamati in causa: possiamo esprimere il nostro stato d’animo, dichiarare ciò che ci piace (ma non ciò che non ci piace), votare all’insegna del clicktivism. Tutto questo non può però insabbiare il fatto che “la moltiplicazione delle occasioni di voto non rende la democrazia rappresentativa più diretta” (pag 68). Usiamo dunque la Rete e navighiamo il Web, perché non ne possiamo fare a meno: ormai siamo netizens; ma non dimentichiamo che probabilmente il prezzo del loro ingresso massivo e sregolato, talvolta tossico, nelle nostre vite, è la libertà. Quella vera.

Elena Bellini per Radioeco

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