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[LIVE REPORT] Andrea Appino @ Cinema Lumiere, Pisa 21/11/2013

“…come alle medie non ti scordi dello scemo che ero io”.

La giornata del 21 novembre non andrebbe solo ricordata come uno di quei giorni in cui a Pisa piove da notte a notte, bensì dovrebbe rientrare nei bilanci annuali dei suoi abitanti per il grande ritorno di un concittadino in patria, dopo l’assenza dovuta a due tour mastodontici e la registrazione di due album: Andrea Appino, frontman degli Zen Circus, targato dal premio Tenco per la miglior opera prima.

Nella cornice del rinato Cinema Lumiere (ex cinema a luci rosse) si respira un’aria splendida. La rassegna Non si esce vivi, organizzata dai ragazzi di Diritti a Sinistra ed U.d.u., è partita, devo dire, brillantemente. Appino è sempre una gioia per gli occhi. Nel pomeriggio, fra soundcheck, birre e risate, ho avuto il piacere di intervistare un uomo con lo sguardo e la bocca da bambino e denti ormai «viziati da fumo e caffè» (a seguire l’audio della chiacchierata).

Sì, perché la bellezza delle tracce contenute nel primo album da solista della penna, chitarra e voce degli Zen Circus sta proprio in questo: un bambino che racconta la storia della sua famiglia, colorita da dettagli più o meno veritieri, quei dettagli del più crudo realismo che se non sono direttamente autobiografici  sono comunque biografici; nel senso che queste parole a volte buie ed oscure, altre volte precise e taglienti, appartengono di certo alla Vita, di chiunque essa sia. D’altronde Il Testamento nasce proprio per essere «il testamento vivente di storie e sensazioni», di volti ed esperienze, che senza una narrazione così toccante sarebbero state cancellate dal tempo vorace.

Sul palco insieme al buon Appino, che torna alle origini da busker con chitarra acustica, armonica e grancassa, il capobanda degli A Toys Orchestra il più volte definito “maestro Moretto”. Simpatico binomio per gli occhi: Appino risucchiato nei soliti jeans e giacca di pelle, nella migliore tradizione punk alla destra, voce sbavata dalle urla rauche; alla sinistra un Enzo Moretto impeccabile, appassionato nella sua precisione.

A scaldare gli animi dal freddo glaciale ormai arrivato a Pisa, ci ha pensato Ufo DJ, bassista degli stessi Zen; l’agricoltore del punk e la sua selezione di pezzi ha lasciato dopo un’ora il palco allo spettacolo successivo, ossia la presentazione del Testamento.

Ascoltare i suoni che nell’album sono resi dark e grotteschi dai musicisti e produttori che Appino ha scelto per questa crociata cantautorale (Franz Valente e Giulio Favero del Teatro degli orrori), potrebbe far ricredere chiunque non abbia trovato questo lavoro degno della fama e dell’amore per gli Zen Circus. Appino il cantastorie, l’artigiano delle parole e degli accordi, ha messo a tacere per un’ora gli strepitii e i rumori molesti di un pubblico di birre alla spina. Zitti tutti, inizia il racconto.

«Passano veloci i giorni divertenti / Passa il 24 mentre sto fumando / Che poi non passa mai quando mi stai aspettando». Passaporto, pezzo ridondante ed evocativo, apre la serata. Seguono tutti i pezzi del nuovo album come Specchio dell’anima, Fuoco!, Godi. Però ecco arrivare incredibilmente veloci i momenti che aspettavo. Una versione del Testamento (pezzo dedicato in primis alla morte di Mario Monicelli, ma dedicato da Appino a tutte le morti bianche, nere, grigie e acromatiche che si sono susseguite in questo anno: al momento del Requiem ognuno pensa a quello che ha perso, ed anche io lo faccio sommessamente) che lascia senza fiato; e cosi non ho il tempo di girarmi al momento del ritornello che vedo questa schiera di ventenni urlare: «e quindi scelgo di saltar dal cornicione!».

I giorni della Merla raccoglie le immagini che un po’ tutti vorremmo cancellare; ed invece no, Appino le prende e le fotografa una per una con quel ritmo cadenzato da ninnananna per un sonno che mai sarà riposo. Tre ponti (il mio pezzo preferito, ed anche il suo da quello che ho potuto appurare nell’intervista) invece trafigge e batte insistentemente sul rapporto genitore-figlio; Questione d’orario sullo spinoso e sconveniente argomento dei figli del tradimento coniugale.

I pezzi autobiografici sono interrotti da una cover, Un uomo in frack di Domenico Modugno. A me la nota nostalgica però non passa, visto che i ricordi di una Tipo Bianco che sfreccia per le strade del Salento negli anni ’90 non vanno di certo via così facilmente. La festa della liberazione, cover della Desolation Row di Bob Dylan e della corrispondente Via della Povertà di de Andrè, crea il benedetto effetto stadio ancora una volta. E poi eccola, a conclusione di questo viaggio nelle vene artistiche e nelle pagine della memoria, Il lavoro mobilita l’uomo fa sentire di nuovo freddo, anche se tutti respirano insieme ed i riscaldamenti sono accesi. «Amore che non ti ho capito / Mi spiace non ti ho mai cantato (…) penso e ripenso a quel che non ho fatto e perché mai / molto capisco e qualcosa mi sfugge lo sai».

Appino saluta il pubblico, sembra divertito e commosso. Io esco con calma dal locale. E torno a casa e porto dentro tutti quei ricordi, i visi, i rimorsi e le gioie. Appino ieri ha portato per mano centinaia di ragazzi nel suo immaginario, nella sua realtà. Ed io non ero disorientata, no. In fondo è questa la ragione per cui ascoltiamo le canzoni o leggiamo le poesie: sperando di ritrovare in una qualche piega, anche nascosta, qualcosa che abbiamo perso e non vogliamo lasciar fuggire via, definitivamente. E la memoria sì, nobilita l’uomo.

Agnese Caldararo

Redazione musicale

Intervista ad Andrea Appino 21/11/2013 @Lumiere Pisa by Radioeco Unipi on Mixcloud

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