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[LIVE REPORT] Il Metarock 2013 si chiude con Il Testamento di Appino

Serata strana quella della chiusura dell’edizione 2013 del Metarock. Quando arrivo in Cittadella sono io e pochi fan sotto palco. Diciamo che portare il mio sedentario corpo sul posto ha superato ogni mia rosea aspettativa: prevedevo un nubifragio per le otto di sera e conseguente forfait della mia presenza. A dispetto dell’atmosfera di commiati e sguardi languidi da finale di Sapore di mare, non ho mai amato la pioggia mentre scatto foto. Poi Pisa non è così romantica come la Versilia sotto i nubifragi di settembre.

Per fortuna la serata volge bene, conosco da subito la prima band che salirà sul palco. Sono i Kelevra, di Firenze. La loro proposta è interessante, d’altra parte Firenze ci ha sempre abituato bene con The Hacienda e The Venkmans con un tipo di suono molto inglese, ma con ascendenze più 80s. In effetti Firenze negli anni ‘80 era il baluardo della musica d’oltremanica, molto più di Milano o altre metropoli.

La novità è che i nostri Kelevra cantano in italiano, e hanno un nome che significa “iena” o “cane rabbioso” in ebraico. E la rabbia dei ventenni c’è tutta: il loro singolo La moda dei vent’anni riesce a dare un buon affresco di questa età, e non difetta di presa radiofonica. Non mancano gli echi dei Baustelle prima maniera, e infatti uno dei produttori del loro disco (Beati voi che non capite niente) in uscita per ottobre è proprio Samuele Bucelli, già produttore dei Baustelle. L’altro produttore è Guglielmo Ridolfo Gagliano, il violoncellista di Paolo Benvegnù. Uno dei pezzi più interessanti nella loro breve setlist è Iena, soprattutto per la parte di chitarre. Mi ricordano alcune soluzioni à la Iriondo.

Seguono la Fortuna di Nashira. La critica li ha salutati con accoglienze favorevoli; a me sotto palco non impressionano più di tanto. «Scuotere le fondamenta del già noto» recita il loro comunicato stampa. Forse non m’impressionano perché conosco bene la storia del rock made in Italy anni ‘90, quando gruppi come CSI, Marlene Kuntz, Afterhours dettavano la linea. Ora ci troviamo di fronte a ventenni che, pur capaci dal punto di vista tecnico, si limitano a raccogliere l’ombra di quel percorso. Elementi di novità ne trovo pochi, percepisco semmai chitarre di Arctic Monkeys, pose istrioniche del cantante che evocano Capovilla, contenuti che sembrano nati più da disagi di studio che da disagi di vita vissuta. Ma non gliene faccio una colpa, dalla radicalità gratuita dei vent’anni ci siamo passati tutti. E gli perdoniamo pure una Glory Box dei Portishead violentata senza alcun motivo. Nota di merito per il batterista, lo stesso dei Miriam Mellerin: non ha sgarrato un colpo, pur se arretrato sul palco manifestava un genuino carisma.

Nella scaletta dei gruppi c’è anche la band che non ti aspetti: Sara dei Vetri. Cioè, un po’ te l’aspetti, perché sono pisani e la serata s’intitola Metarock KmZero, quindi era probabile che fossero stati selezioni dalla produzione. Ma non te l’aspetti perché il loro genere in tutto quel trionfo di rock forse è un po’ fuori posto. Infatti Sara dei Vetri si caratterizzano per un pop elegante, ben costruito, in cui non ci sono chitarre ma un bel pianoforte. Niente gole grattate alla ricerca del miglior risultato di decibel, ma la voce naturalmente potente della front-woman.

1208535_10153206105790313_877904149_nI nostri, forse spinti dall’orientamento decisamente rock della serata, hanno puntato su delle versioni più “indurite” dei loro pezzi grazie a una batteria molto presente, e un pianoforte più nervoso. In setlist alcuni dei pezzi che avevamo già recensito in altri loro live, più alcune novità che sicuramente finiranno nel loro prossimo album in fase di lavorazione. In chiave più rock la formazione convince sempre, e anzi… è stata una buona boccata d’aria.

Torniamo ai suoni più spiazzanti con i volterrani Maniscalco Maldestro. Il gruppo non è più quello che conoscevo io, nel senso che non c’è più una chitarra (sostituita ora da una tastiera), e il bassista è cambiato. L’energia e la follia organizzata del gruppo non è cambiata. Sul palco del Metarock suonano alcuni pezzi che compongono il loro nuovo album Solo opere di bene.

A una mia ex collega di radio che mi sta vicino mentre scatto le foto non piacciono, ma io invece sono un po’ stregato. Sarà che non c’è un’etichetta precisa da affibbiare, sarà che sono non-sense in alcuni passaggi, sarà che questa ironica lettura del presente (per esempio nel pezzo Briciole) è autentica. Se fossi uno di quei teologi creativi di Rockit li definirei come l’incontro ad una sagra di Volterra tra Frank Zappa e i Quintorigo. Ma poiché non sono un teologo, allora vi dico che questi signori non imitano nessuno, e fatevi “un’opera di bene”… Scaricatevi il disco, visto che è anche gratuito.

Arriva finalmente il momento di Appino e del suo Testamento. Qualcuno dal pubblico gli urla: «Benvenuto in patria». Deliziosi. La prima fila è ovviamente costituita da forze organizzate di fan sfegatati del cantautore pisano. Ma non illudetevi: non c’era la folla che ci saremmo aspettati per un concerto dei Zen Circus. Uno dirà: «Vabbè, è per colpa delle previsioni del tempo cattive». No. Diciamo più semplicemente che tanti, nella stessa Pisa, non sapevano neanche che Appino avesse un progetto solista, e che fosse anche un buon progetto. Comunque, i pochi erano molto buoni.

L’apertura è affidata a Fiume padre. Molti in prima fila cantano, ma solo loro. Con sorpresa al basso non c’è Favero, ma il buon Enrico Amendolia. Alle batterie Rolando Cappanera (from Strana Officina), e non Franz Valente del Teatro degli Orrori. Come sempre alla chitarra e al sinth il grande Enzo Moretto degli …A Toys Orchestra. Squadra quindi ben assortita visto che sono tutti musicisti con i “sacri pendagli”.

1184914_10153206108760313_1336227800_nPoi arrivano le anafore di Fuoco!, altra canzone che parla d’amore, ma soprattutto di disillusione. In versi amari come «in tutta questa fretta di passare l’inverno / e scoprire che l’estate è solo un altro inferno» chiunque può ritrovarsi. Ma ci sono anche momenti molto più battaglieri, come la titletrack Testamento, che fa cantare tutti a voce alta: «Perché la scelta è l’unica cosa che rende questa vita almeno dignitosa». Il pezzo, che era stato scritto dopo la morte di Monicelli, è stato dedicato da Appino a Margherita Hack.

Insolito – non troppo insolito spettacolo – è stato vedere Andrea cercare il contatto diretto con il pubblico, una cosa che già faceva con gli Zen Circus. Così è sceso dal palco, ha scavalcato le transenne, e si è adagiato in mezzo al pubblico, mentre cantava I giorni della merla. Questa canzone, infatti, Appino l’ha definita una “terapia”, e per l’appunto si è steso in mezzo al pubblico imitando lo studio di uno psicoterapeuta. Dopo è arrivata Godi (adesso che puoi) che mi ricorda un paio di passaggi di Canzone di Lucio Dalla.

È in questo momento che una pioggerellina comincia a cadere sulle nostre teste. La situazione volge al peggio durante l’ultimo pezzo prima dell’ encore, ovvero Solo gli stronzi muoiono. I nostri rientrano nel backstage ma escono quasi immediatamente, infatti Appino si prefigge di fare almeno due pezzi nonostante il nubifragio: così regala allo scarso pubblico di estremisti sopravvissuti una bellissima Festa della liberazione. Mentre la canta viene coperto da un mantello rosso per ripararlo dalla pioggia, che comunque gli arriva addosso nonostante il tendone di copertura. Purtroppo a Pisa non ci libereremo mai dalla pioggia, ma per fortuna non ci libereremo neanche delle belle serate di settembre al Metarock.

Giusseppe F. Pagano

Redazione musicale

>>> Qui tutte le foto della serata a cura di Giuseppe F. Pagano

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