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[LIVE REPORT] Max Gazzè: profondità e leggerezza al Metarock 2013

Quando è sta1240249_534288979977435_1635971867_nto presentato il cartellone del Metarock 2013 ho puntato sin dal primo istante la serata di giovedì 5 settembre. Il motivo è presto detto: Max Gazzè headlinear, introdotto da un’assortita e promettente selezione di band per gli opening acts.

Quando è arrivata al gran pubblico l’ondata dei vari Tre Allegri Ragazzi Morti, Vasco Brondi, Teatro degli Orrori, Dente e altre non troppo compiante meteore della parrocchia italo-indie, ho sempre difeso strenuamente il valore del pop onesto e ben fatto, a dispetto dei wannabe-alternativi che ripetono in piccolo le stesse pratiche del mercato discografico maggiore.

Per questo motivo quest’anno ho trovato più interessanti le proposte sanremesi rispetto al soporifero Colapesce o al cafonal flow di Guè Pequeno. E partiamo proprio da Sanremo, perché durante la kermesse nazionalpopolare il nostro Gazzè ha presentato Sotto casa, un pezzo che volevo assolutamente risentire sotto palco, con i colpi di basso che mi sgomitano sul torace.

Partiamo intanto dalle band di apertura. I primi a salire sul palco sono i mantovani Quarter Past One. Il loro pedigree è abbastanza chiaro sin dalla prima nota: un brit-pop che manifesta equivicinanza ai Beatles e ai Ride e pure ai Blur. Hanno un sound efficace, tessono tensioni melodiche all’interno di una presenza scenica decisamente rock. Anche quando i suoni si fanno più sporchi non lo fanno in modo gratuito. Sul finale del loro set si scatenano in una Helter Skelter contagiosa, ciò basta per intuire che potrebbero intraprendere territori musicali più aspri, preferendo le distorsioni alla melodia. Quando scendono dal palco li raggiungo per fare due chiacchiere velocissime in mezzo alla bolgia di suoni che ci circonda.

1237563_534289126644087_2009365643_nAi mantovani seguono i lucchesi ZoCaffè. Sono lucchesi atipici, con un senso dell’ironia marcatissimo nei loro testi. Definire il loro genere richiede che vi derubrichi un bel po’ di etichette: da alternative pop a rockabilly, da folk’n’roll a cantautorato milanese, non senza uno spruzzo di psichedelia. Il loro carisma deriva dalla coabitazione e sovrapposizione tra il chitarrista e il cantante/percussionista. Non sono dei novellini, hanno una maturità nel suono e nel portamento che ci suggerisce tanta gavetta. Non mi sorprende infatti che abbiano colpito la giuria dell’Italia Wave 2012. Il loro brano che preferisco è Antonello, con un testo sconsolato in un beat a presa rapidissima. Ma anche il ritornello de Il matrimonio, con i cori “Bacio, bacio, ba” è tanto irriverente quanto delizioso.

La gran sorpresa arriva con Levante, cantautrice di sangue siciliano trapiantata a Torino. Il suo singolo Alfonso ha avuto una diffusione virale. Da “addetti ai lavori” avevo sentito parlare già bene di lei, grazie alla sua presenza in varie tappe del tour di Gazzè. La fama che la precedeva era veritiera. Una voce così potente, ma così capace di addolcirsi nelle dinamiche. Mi ha anche confortato il fatto che non ha ripetuto la formula estremamente accattivante di Alfonso su tutti i suoi pezzi. Un pezzo del genere avrebbe potuto condurre chiunque nel vicolo cieco della orecchiabilità a tutti i costi. E invece nei pezzi proposti ha mostrato uno spettro multicolore, con soluzioni diverse ed ugualmente1229971_534289259977407_2114534830_n interessanti. Personalmente mi ha ricordato in alcuni passaggi la Consoli, ma questo credo sia dovuto all’imprinting territoriale che un artista volente o nolente si porta dietro. In più c’è una presenza scenica che fa pensare più a situazioni d’oltreoceano: una decisione da PJ Harvey nei passaggi di maggiore potenza vocale, e una St. Vincent nei momenti più vellutati. La sfida che l’aspetta per l’uscita del suo primo album è grossa, perché aspettative troppo spinte rischiano di schiacciare l’equilibrio che quest’artista sembra già manifestare. Di sicuro mi auguro di leggere il suo nome nei cartelloni dei festival indie italiani, invece di ritrovarci per l’ennesima volta una sopravvalutata Maria Antonietta che canta: “volevo essere buona per dirti la verità ma la verità non ti tiene compagnia quando dormi da solo che poi chi l’ha detto che la verità rende liberi voglio restare prigioniera e avere bei vestiti dentro cui morire giovane in una vasca di motel”. Ha ragione Levante: “che vita di merda!”

Tra un momento e l’altro delle aperture rivolgo lo sguardo al pubblico, poco a poco la conca della Cittadella inizia a riempirsi. Già una mezz’ora prima dell’ingresso di Gazzè sul palco si contavano più di 2000 spettatori, e molti altri sono arrivati a concerto iniziato. Forse non sono grandissimi numeri per un fuoriclasse come Gazzè, ma in una città universitaria ad inizio settembre sono cifre comunque interessanti, tenendo conto che la maggior parte degli studenti non è ancora tornata in città.

1173638_534289329977400_552678865_nL’ingresso di Max sul palco è preceduto da una serie d’immagini di missili spaziali in partenza, grazie ai tre maxi-schermi posti sul fondo palco. L’intero apparato scenografico mi ricorda i God Is an Astronaut, la band postrock irlandese che usa sempre queste immagini durante i loro concerti. Questo non è post-rock, ma il primo pezzo in scaletta ha comunque un fortissimo potere evocativo: Questo forte silenzio, un brano che Gazzè ha dedicato ai primi uomini sbarcati sulla Luna.

Sin da subito si mette mano alla gioielleria di famiglia, seguono infatti Vento d’estate, I tuoi maledettissimi impegni, e Il solito sesso. La band che accompagna Gazzè la conosciamo ormai bene, in quanto collabora con il cantautore ormai da anni. Il risultato di questo affiatamento è un interplay straordinario. Gli arrangiamenti sono molto curati e lasciano anche molto spazio a situazioni più jam dove Gazzè può divertirsi a pizzicare con traboccante estro il suo basso, lo strumento a volte meno considerato, ma più importante soprattutto nei live, perché fondamentale per dare ritmo e tempo a tutti gli altri.

La piacevole novità negli arrangiamenti presentati al Metarock è senza dubbio la presenza di Dedo, il polistrumentista, che con i fiati inseriti in diversi “classici” riesce a impreziosirli ulteriormente. Poi si contano alcuni brani non molto conosciuti in scaletta, come Eclissi di periferia, Raduni ovali, Il bagliore dato a questo sole. Proprio questi brani sono terreno di sperimentazione e soluzioni sofisticate dal punto di vista degli arrangiamenti. Dal fondo palco continuano ad arrivare dai maxi-schermi elementi di visual art molto piacevoli, costituiti da frattali in alcuni pezzi o da filmati veri e propri in altre canzoni. L’effetto non distrae, ma anzi amplifica la percezione dello spettacolo.

1173673_534289383310728_1010148332_nTra le canzoni più recenti c’è anche Buon compleanno, ma soprattutto Sotto casa, che dà il nome anche al tour e dal vivo ha un hype incredibile sul pubblico. Il resto della setlist è sorretta però dai vecchi gioielli: Colloquium Vitae, Cara Valentina, Annina. La coda finale di Cara Valentina è cantata ad libitum dal pubblico per cinque minuti buoni, anche quando Max e gli altri strumenti tacciono. Al momento del bis Gazzè richiama sul palco Levante, per riproporre Alfonso con tutta la sua band. Questa è una gentilezza che quasi nessun headlinear in Italia concede a chi lo precede.  Gli altri pezzi per concludere la serata sono due super-classici: La favola di Adamo ed Eva e Una musica può fare.

Il concerto finisce a mezzanotte e dieci, dopo un’ora e cinquanta minuti di concerto. Inutile dirvi che tutti erano soddisfatti del concerto, lo percepivo origliando i commenti del dopo live. Io nel frattempo cerco di raggiungere Levante vicino alla postazione mixer per strapparle un’intervista. Ma ordini di scuderia (ovvero l’ufficio stampa) le suggeriscono di non rilasciare interviste sino all’uscita del singolo ad ottobre. Non ho mai capito molto le strategie delle agenzie, però una chiacchierata con lei riesco a farla. Nel frattempo anche un altro giornalista tenta di chiedere un’intervista, e fa una battuta con un’allusione sessuale. Mi sono imbarazzato per lui. Morale della favola: la musica italiana sta bene, sono i giornalisti che stanno male.

Giussepe F. Pagano

Redazione musicale

>>> Qui tutte le foto della serata a cura di Giuseppe F. Pagano

>>> Qui ancora altre foto, a cura di Veronica Croccia

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