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Live Report MetaRock 2011 – 9 Settembre

Ci saranno due protagonisti nel racconto di questa sera. No, non sono i tre speaker di Radioeco che hanno seguito per voi questa serata. Sono un eretico con la maglietta gialla e un buttafuori nerboruto con la faccia da cucciolo. Ma come direbbe il buon Carlo Lucarelli: “questa è un’altra storia”. Ma arriviamo alla musica…  Appunto, “Chi se ne frega della musica”! Varchiamo la soglia d’entrata del parco della Cittadella e ci dirigiamo verso il palco secondario notando una buonissima affluenza nei dintorni del main stage . Il sole che tramonta aprirà il sipario di una serata dalla partecipazione massiccia.

Arrivati sotto al palco secondario assistiamo al cambio tra i Santi Subito, toscani originari del Chianti, e i  Syrah. Ascoltiamo qualche pezzo. Vengo interrotto da una telefonata ma riesco ad interpretare le sonorità di questa band. Vedo il nostro Frank (conduttore del “Lato B”) particolarmente interessato. Influenze Oasis, Babyshambles, The Strokes, Beady Eye…ecco perché il era particolarmente interessato! Una batteria potente e interessante, cerchiamo il nome del batterista sulla pagina fan di questi ragazzi ma troviamo solo l’enigmatico pseudonimo di “Uomo Misterioso”. Ritmiche incalzanti e divertenti, due chitarre, un basso e via. Intanto sul telefono appare la chiamata del nostro di uomini misteriosi, il buon Pasquini (conduttore di Rastatown Dread) che ci aspetta davanti al banchetto del merchandising del Metarock con l’opening-act della serata sul palco principale. E’ Manu PHL. Cambia il clima: dal rock n’roll passiamo a sonorità hip-hop. Questo ragazzo pisano trapiantato a Roma ha l’aria da nerd, un fisico mingherlino e la sa lunga, davvero molto lunga. Durante la sua esibizione vediamo il pubblico agitare le mani, ballare e cantare in particolare sulla sua Hit “Jente di Toscana”. Ai nostri microfoni un’ottima discussione musicale e qualche indiscrezione sul suo nuovo album. Finita l’intervista un’altra ventina di minuti di simpatici discorsi. Si veda l’intervista in fondo, Grazie!

Restiamo nella zona e facciamo due chiacchiere sul nuovo album dei nostri grandi amici “Working Vibes”. Il Salentino trapiantato a Pisa Papa Massy ci racconta delle svariate esperienze musicali presenti nel loro ultimo album che vede il reagge contaminarsi di hip-hop, funk e soul. Niente male, a noi piace e fa parte della nostra rotazione musicale sin dal giorno d’uscita. Sintonizzarsi per credere.

Ormai il sole è calato definitivamente e dalla pineta dove è impiantato il palco secondario iniziano da alzarsi delle vibrazioni sonore crescenti. Siamo subito attratti da quest’estasi ritmica, e presto scopriamo che ha un nome: Quartiere Tamburi. Non c’è voce. Sei percussionisti fanno ballare la platea, che col passare dei pezzi diventa sempre più numerosa e divertita. Notiamo anche un piccolo capannello di ragazzine con l’aria da groupie in erba che pogano sotto la transenna del palco, troppo sotto il palco, tanto che il  cìovane palestrato  della sicurezza (che sembra quasi uscito da un film di Christian De Sica) è costretto ad intervenire per calmare le acque. Nel tentativo, il poveraccio viene sommerso dagli insulti di una nostra amica. “Ma càa voi, lasciale pogà in santa pace!”. In effetti il povero pesce fuor d’acqua deve ancora capire che non si trova in una discoteca piena di fighette griffate. Teniamolo a mente questo giovane ragazzo della security.

Per due ragazzi dalle origini tarantine, come me e Frank, il nome Quartiere Tamburi non suona affatto nuovo. Questo è l’inizio della nostra intervista, tra i piatti di pennette alla puttanesca consumate in fretta sotto la sorveglianza del micragnoso staff, nell’area forbidden a noi possessori di pass stampa, quello verde. Chissà dove sarà l’uomo nero della sicurezza in questo momento.

 

Iniziano ad arrivare i primi boati dal main stage e noi ci avviciniamo. Assistiamo all’assalto delle fan ai Quartiere Tamburi, giriamo la testa e vediamo “la buca” traboccante. I fan iniziano a chiamare il loro beniamino. Sono le ore 22.00, e il mainstage si colora di grafiche che scorrono sui maxischermi… e si salta!  E’ arrivato Caparezza. I pezzi esplodono uno dopo l’altro, intermezzati da veri teatrini satirici e riflessioni su  temi di stretta attualità politica e sociale, come la finanziaria, che si ricollega benissimo allo sketch su Galileo  Galilei (e qui Michele Salvemini gioca in casa). Un dito medio, unica reliquia del grande scienziato custodita a Firenze, “nei pressi del perineo” dei cittadini. E poi avanti con gli altri pezzi. Molto simpatica la premiazione inscenata per l’introduzione di “Kevin Spacey”. In tutto questo i singoli più noti, straballati e cantati a squarciagola dal pubblico che se ne va con le gambe tronche dalla fatica ma indubbiamente divertito ed entusiasmato da questo show che vede Caparezza come musicista, teatrante, maestro di storia.

Certo, non basteranno i Caparezza o i Travaglio dell’altra sera per far aprire gli occhi al nostro paese, ma è pur certo un buon segnale un festival rock sia anche un’occasione per riflettere, magari svegliarsi dall’ “Anestesia Totale” e vedere il “Sogno Eretico” che diventa realtà.

Un breve appunto proprio sul nuovo album. “Chi se ne frega della musica”, recita una delle tracce del disco. Non è proprio così. Il rapper cantautore, accompagnato da una strepitosa band dalle sonorità rock, spesso così distorte da avvicinarsi al metal, continua a stupirci per la sua capacità compositiva, e per gli arrangiamenti sempre orginali, con influenze che spaziano dalla musica medievale di “Sono il tuo sogno eretico”, al sound new wave anni 80 di “Goodbye malinconia”, il cui ritornello, nella versione studio è cantato da Tony Handley degli Spandau Ballet, così amara che “nemmeno il caffè sa più di caffè, ma sa di caffè di Sindona”. Il disco è pieno di contaminazioni, come dimostrato da “Legalize the premier”, “la marchetta di Popolino” e “Non siete stato voi”, impregnate di satira sociale.

 

La nostra serata sembra esser giunta al termine. Ma anche no! Ci accalchiamo alle transenne, proviamo ad entrare nel backstage. Il nostro pass stampa non serve a nulla. Ci sembra ingiusto non poter scambiare due battute con un artista che vuol sensibilizzare il pubblico sui temi di cui parla nelle sue canzoni… e chi meglio di noi può far da tramite con la comunità studentesca? Questa argomentazione non ha fatto né caldo né freddo all’omino con la maglietta gialla, responsabile dell’entourage dell’artista pugliese. Per la cronaca questo personaggio sul palco interpreta “l’uomo erettile”  con tanto di tunica verde e una mazza di dimensioni notevoli tra le gambe. Ci ingegnamo e ci procuriamo due pass rossi con la parolina magica “Artista”. Magicamente il burbero buttafuori con la faccia da bimbo, che mi aveva rimbalzato 5 minuti prima col pass verde, apre le porte a me e al mio collega Frank con un morbido sorrisino. Siamo dentro. Scambiamo due chiacchiere nel backstage e decidiamo di non andare nel camerino a disturbare Caparezza, chiaramente distrutto dalle due ore di concerto in cui l’abbiamo visto saltare sul palco ininterrottamente. Aspettiamo. Dopo gli autografi il buon Michele viene verso di noi. L’uomo erettile mi riconosce e diventa un bodyguard. Il faccia a faccia è serrato. Ci prendiamo qualche insulto ma alla fine il pettorale da fagiano del buon Frank e il “ma vatìnne!!!” di Caparezza surclassano l’arroganza del piccoletto. Niente intervista, ma siamo riusciti ad ottenere un ricordo del concerto da appendere nel nostro studio e scambiare qualche battuta, nonostante le pressioni. Caro piccolo arrogante manager, faresti bene a leggere e a comprendere i testi dell’artista per cui lavori, perché non vorrei che il tuo mandato finisse sotto una bella ghigliottina!

Francesco Cito

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