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Lo Chiamavano Gabriele Mainetti

Giovedì 26 maggio 2016 una folla gremita di persone ha affollato il Cinema Arsenale di Pisa accogliendo con entusiasmo il regista rivelazione dell’anno Gabriele Mainetti. Noi c’eravamo e questo è il nostro reportage.

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Foto di Elisa Torsiello

 

A cura di Elisa Torsiello

Il cinema è del popolo. Il cinema, quello vero, che emoziona, ti attira e ti fa saltare dalla poltrona, non ha bisogno di budget milionari; ha bisogno di voci. Sono voci che parlano, consigliano e ti spingono ad andare a vedere un film. Fa niente se quel film è italiano o ha come protagonista un supereroe. Fa niente se in Italia film del genere non siamo in grado di farli. Fa niente, perché quando un film non è fatto con i soldi, ma col cuore, con la passione, esso non ha nazionalità. È di tutti. È del popolo. Così è stato per Lo chiamavano Jeeg Robot (QUI la nostra recensione) vera rivelazione di quest’anno che ha lanciato alla ribalta la carriera del giovane regista Gabriele Mainetti. Come una vera e propria favola delle origini che affonda il proprio successo nella tradizione orale, anche quella narrata da Mainetti è passata da bocca in bocca e con uno straordinario passaparola ha colpito con una potente onda d’urto il cuore di Pisa conquistando il suo pubblico.

A dimostranza di ciò la folla gremita di persone che ha affollato giovedì 26 maggio 2016 il Cinema Arsenale per accogliere un Gabriele Mainetti sereno e disteso, giunto nella nostra città proprio per incontrare il pubblico pisano e rispondere alle domande della sala circa non solo il suo lungometraggio d’esordio, ma anche i suoi primi due corti, Basette e Tiger Boy.

Già, perché spesso nell’elogio generale siamo spinti a dimenticarci che il percorso che ha portato Mainetti e il suo sceneggiatore Nicola Guaglianone alla stesura di Lo chiamavano Jeeg Robot, è stato spianato da una palestra gestazionale attraverso la quale, grazie alla creazione dei due corti, ha potuto stabilire stilemi e motivi narrativi che sarebbero stati basilari nel suo lungometraggio.

Come sottolineato dallo stesso regista sia nel corso dell’incontro, che nell’intervista a noi rilasciateci, tutto parte da un concetto tanto semplice quanto profondo: la rivalsa degli emarginati. È nella convinzione, lontana dal solito pregiudizio alto-borghese alla base di molteplici film nostrani, che chi è nato in zone opprimenti e difficoltose come può essere Tor Bella Monaca, non significa che siano per sempre destinati a quel mondo. I suoi sono personaggi un po’ antieroi, un po’ scanzonati bonaccioni, che trovano nella proiezione dei loro eroi un biglietto per scappare, chi fisicamente, chi metaforicamente (Tiger Boy, Basette) da quelle gabbie sociali. Quelli portati sullo schermo nei corti sono in particolari degli eroi d’infanzia, Lupin per il protagonista di Basette, l’Uomo Tigre in Tiger Boy. Molle emotive che spingono i protagonisti, tra riso e pianto nella più tipica tradizione di commedia all’italiana, a ricercare un barlume di felicità, scappando da abusi e privazioni. Rimanendo fedele al concetto di commedia tricolore, dove anche un cattivo come lo Zingaro non si limita a«picchiare duro», ma a risultare per certi aspetti buffo e clownesco, con Jeeg Robot viene fatto un primo passo in avanti nello stile registico e narrativo più maturo di Mainetti e Gaglianone. Enzo Ceccotti non ha maschere con cui scappare dalla realtà come il piccolo Matteo di Tiger Boy; non ha eroi con cui rispecchiarsi e vivere una «fantasia vera» come l’ha definita lo stesso Mainetti, a mò del protagonista di Basette. Lui, così privo di fantasia, che non è manco amico di nessuno, figuriamoci se ha tempo di immedesimarsi in qualcuno che non esiste nemmeno. Eppure si ritroverà a vestire i panni dell’idolo di Alessia, personaggio adulto all’esterno, ma fragilmente fanciullesca nell’animo. Nel momento in cui accetterà di vestire quei panni così scomodi per lui e di diventare Jeeg, Enzo non solo si scrollerà di dosso quel destino apparentemente segnato, ma troverà una via d’uscita e di salvezza grazie all’amore, quello vero.

Foto di Elisa Torsiello

Foto di Elisa Torsiello

Quanto risulti essenziale nell’itinerario sentimentale e di formazione di Enzo il ruolo di Alessia è oramai risaputo; eppure non c’è stato momento nel corso dell’incontro in cui anche Gabriele non abbia colto occasione per ribadire tale concetto. Inevitabili allora qualche domanda sull’interprete di questo personaggio (Ilenia Pastorelli), e sulle motivazioni che hanno portato il regista a puntare tutto su un’ex concorrente del Grande Fratello. «Avevo fatto una ventina di provini a svariate attrici, ma nessuna mi convinceva. Mancava in loro quel legame a un mondo vicino ad Alessia e troppo lontano da loro. Poi un giorno Nicola (Guaglianone, nda) che aveva basato il personaggio di Alessia proprio su Ilenia mi disse di provare a provinare anche lei, mal che andava ci saremmo fatti due risate. Ilenia mi colpì subito perchè aveva forgiato la propria emotività su quel passato intimistico adatto per collegarsi empaticamente con Alessia. »

Non poteva inoltre mancare una domanda sullo Zingaro di Luca Marinelli, e sul perchè sia forse uno dei migliori villain mai portati sullo schermo nel cinema italiano: «è la tridimensionalità con cui abbiamo tracciato questo personaggio a renderlo così affascinante. Lui non è il solito cattivo che picchia e uccide, ma è un persoanggio altamente sofisticato, sessualmente ambiguo al contrario di Enzo la cui sessuaità è fin troppo ben definita».

Ci sarebbero mille alti argomenti trattati durante l’incontro che potremmo riportarvi, eppure ce ne è uno che forse più di ogni altro risiede in sé il merito di essere raccontato. È una frase, un letimotiv che ha accompagnato tutto l’evento, profondo e sincera: grazie Gabriele per averci regalato Jeeg Robot.

E allora ecco che per magia il cinema Arsenale diviene un piccolo mise en abyme di tutto il pubblico italiano che abbraccia metaforicamente Gabriele come segno di riconoscenza per questo piccolo capolavoro capae di aver risollevato il nostro cinema, proprio allo stesso modo in cui la madre abbraccia Enzo per aver salvato la figlia dalla macchina in fiamme. Gabriele come Enzo ha spezzato e fatto a pezzi i pregiudizi sul cinema di genere fumettistico; li ha presi e piegati proprio come il suo protagonista fa con il termosifone. Ci ha attirato a sé, strappamdpco dalla nostra visione passivamente critica di spettatori pronti a sentenziare in anticipo, con la stessa forza con cui Enzo strappa dal muro e fa suo il bancomat.

Se i personaggi di Gabriele attraverso le loro proiezioni fumettistiche hanno potuto estraniarsi da quel mondo opprimente che li circonda, così il cinema italiano grazie a questo giovane regista ha potuto liberarsi da quella convinzione che ci voleva incapaci di fare film degni del cinema americano, vantando anche noi il nostro piccolo grande eroe d’acciaio.

E allora grazie Gabriele. Ci vediamo alla prossima, quando tornerai, pronto per fare di nuovo “er botto”.

Di seguito potete ascoltare la nostra intervista a Gabriele, a cura di Elisa Torsiello e Isabel Viele.

 

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