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Pennelli contro catene di montaggio. “Made in China – postcards from Van Gogh” al Teatro Era

Made in China - postcards from Van GoghLa pittura come scrittura teatrale, il teatro come atto pittorico: non sono certo una novità nella storia dell’arte occidentale così come nella storia del teatro. Tuttavia esistono modi differenti per mescolare queste due grammatiche, tra atto vitale e gesto artistico, interpolando quello che è stato l’argomento che ha fatto passare molte notti insonni a Walter Benjamin: l’opera d’arte al tempo della sua riproducibilità tecnica.

Questi gli ingredienti fondamentali che entrano nella drammaturgia di “Made in China – postcards from van Gogh”, spettacolo scritto e diretto da Simone Perinelli, e prodotto da Fondazione Teatro della Toscana. Il regista laziale sceglie di raccogliere i frutti migliori e irripetibili della vicenda umana di Vincent van Gogh (il ciclo di Arles) e d’intersecarli con un luogo metaforico come la Cina, che nell’immaginario collettivo è la patria dei fumi industriali e dei cloni effimeri: dagli iPhone tarocchi ai capi di vestiario, per finire con le stampe di quei quadri occidentali che poi finiamo per attaccare alle nostre pareti.

Dopo un ”tableau vivant” con una dama cinese in abiti tradizionali e ombrello giallo che ricorda un girasole, la macchina teatrale si mette in moto con un monologo sul tema dell’autoritratto. Tutto parla di noi, ci descrive. Il regista non allude soltanto al genere pittorico particolarmente scandagliato dall’artista olandese, ma anche all’abitudine di organizzare ogni nostro spazio, ogni nostro discorso, persino ogni vuoto parlando dell’autore. La solidità della scrittura di Perinelli, che aveva fatto il successo della proposta “Leviedelfool” nella “Trilogia dell’Essere” (Requiem for Pinocchio, Macaron, Luna Park), torna tutta nella formula dei monologhi di questa pièce, toccando vere e proprie punte liriche nel monologo dedicato alla “pausa”. C’è di nuovo che il personaggio principale adesso è immerso in una struttura più complessa rispetto alla Trilogia, sia per la presenza dell’ottima Claudia Marsicano, con cui viene portato in scena il travagliato rapporto uomo-donna, Van Gogh-Gauguin, sentimento-follia, ma anche un articolato alternarsi di sketch che stemperano la drammaticità della climax narrativa.

Made in China - postcards from Van GoghQualcuno potrebbe obiettare che questi interludi spezzino il ritmo, ed in parte è vero. Però è anche vero che sono necessari alla mappa concettuale di “Made in China”. Il monologo sui selfies altro non è che la messa in ridicolo del concetto di autoritratto riproducibile all’infinito, che nasce e si esaurisce nel momento in cui è messo in circolo sulla Rete. Il colpo di pistola dell’operaio cinese costretto a riparare pantaloni in pochissimo tempo per una manciata di cent altro non è che la storia delle condizioni di lavoro in Oriente, dove operai cinesi si suicidano per via dei turni di lavoro che sono costretti a fare, mentre noi occidentali esibiamo fieramente quegli iPhone che poi ci serviranno per i selfie, o per organizzare manifestazioni per i diritti dei lavoratori (se va bene). E nel frattempo nei laboratori di Prato la vita non è migliore di quella dei capannoni di Pechino.

È chiaro che il discorso sulla Cina è un pretesto, una metafora, per parlare anche di quello che avviene a casa nostra, dove i “cinesi” sono i copia-incollatori della stampa, della musica, dell’arte in generale, costretti a ripetere le stesse formule all’infinito, a pianificare il sorprendente e a ciclostilare il trascendente, con contratti di collaborazione occasionale o progetti con scadenza più imminente della mozzarella. Dall’altro lato ci sono le individualità creatrici, schiacciate e represse in ogni secolo, internate in un manicomio a “veder Madonne” se necessario. Già, perché la cura psichiatrica è svilimento dell’uomo (oltre che dell’artista), riduzione delle sua facoltà e omogenizzazione al modello dominante. È proprio sul fronte della rappresentazione della follia che si trova il nucleo di questo spettacolo, tra presagi di morte (corvi neri) e comunicazioni all’esterno attraverso le lettere al fratello Theo, alla sorella Wilhelmina e ad Emile Bernard.

Un plauso va al “pittorico” – c’è da dirlo – gioco di luci in scena creato da Marco Bagnai come alle musiche originali di Massimiliano Setti, che ha già dimostrato il suo talento nelle soundtracks di Carrozzeria Orfeo.

Concludiamo tranquillizzando la critica: “Made in China” non se la prende con la Cina, con i suoi artisti (che pure ci sono, e sono magari meno compromessi di quelli occidentali), o con la sua discutibile fama di riproduzione industriale di qualsiasi oggetto. Semmai si proietta su un’astrazione a forti tinte (è il caso di dirlo) di un mondo artistico sospeso tra due dimensioni, quella umana e quella tecnologica, quella della comunità (famiglia, amici) e quella del mercato. Non a tutti si richiede la statura di Van Gogh, ma magari saper distinguere qualcosa di nuovo invece che applaudire a delle truffe potrebbe già essere un buon inizio.

 

Giuseppe Flavio Pagano

foto dell’autore – tutti i diritti riservati.

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