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Regia made in Italy: Mainetti, Guaglione e Resinaro al Wired Next Fest 2016

Il 2016 si sta dimostrando un anno pieno di soddisfazioni per Gabriele Mainetti, che con il successo del suo primo lungometraggio Lo chiamavano Jeeg Robot è riuscito a far riscoprire agli italiani la bellezza dei film di genere, facendoli sentire un po’ più orgogliosi delle proprie origini. Ed è proprio di film di genere che si è parlato sul palco del Wired Next Fest, che lo ha ospitato insieme a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, anche loro giovani registi alle prese con un’opera prima innovativa: intere generazioni di cineasti si sono, infatti, formati su spaghetti western, commedie all’italiana e peplum, tutte invenzioni made in Italy. Quella di Mainetti è stata una sfida difficile da accogliere per le case di produzione del Bel Paese, abituate a dar fiducia a un certo tipo di prodotto che “vende” e poco disposte a rischiare. Lo chiamavano Jeeg Robot può, quindi, essere considerato la rivincita di chi crede che sia possibile un cinema capace di raccontare il presente adottando schemi del passato: attraverso il volto stanco di Claudio Santamaria si evince la crisi di identità di una città in perenne travaglio come Roma.

L’unica soluzione per poter far funzionare questo “fumettone” di genere supereroistico era quella di creare dei personaggi che fossero, di fatto, veri, che avessero le loro fragilità nelle quali lo spettatore si poteva identificare.

Nel far leva sulla realtà di quello che avviene sullo schermo, pur applicando una selezione attraverso l’inquadratura della macchina da presa, starebbe il meccanismo di sospensione dell’incredulità del cinema di Mainetti, che afferma di aver tentato di fondere e armonizzare un certo tipo di cinema italiano eccelso e il migliore cinema americano, essendo cresciuto, a suo dire, a “pane, Spielberg e Monicelli“. La conclusione del suo intervento sottolinea come un certo tipo di cinema italiano potrebbe aiutare a riscoprire l’Italia come il Paese meraviglioso che è, con tutte le sue sfaccettature: un Paese in cui un ladruncolo di Tor Bella Monaca può diventare un supereroe.

Gli americani riescono a cinematografizzare qualsiasi cosa, raccontando Albuquerque (in cui è ambientato Breaking Bad) come un posto meraviglioso anche se non c’è nulla. Noi abbiamo le città più belle del mondo: bisogna far sapere che siamo italiani.

Mainetti, Guaglione, Resinaro

foto dell’autrice

A dimostrare ulteriormente che si può essere creativi e personali pur recuperando un genere “classico” è intervenuto anche un duo di registi che si sta facendo conoscere nell’ambiente col nome di “Fabio & Fabio“. La scelta, in questo caso, ricade sul film di guerra, che solitamente si fregia di personaggi di varia natura alle prese con missioni o fughe rocambolesche, ma che può diventare occasione per una trasformazione dello spazio in qualcosa di teatrale. Mine (la cui uscita nelle sale è prevista per il 6 ottobre di quest’anno) presenta, infatti, una scena quasi completamente svuotata, eccezion fatta per il protagonista, che si ritrova a dover aspettare i soccorsi con il piede fermo, per l’appunto, su di una mina. La trama è dunque un pretesto, mentre l’ambientazione serve per ricreare sullo schermo il vuoto interiore di un uomo lasciato letteralmente in bilico tra la vita e la morte, solo, in un deserto immenso. L’intenzione di Guaglione e Resinaro è quella di parlare con il pubblico, affrontando in maniera innovativa una tematica già vista in altri ambiti (ad esempio, quello dei blockbuster americani), andando a toccare più generi (che spaziano dalla fantascienza al thriller). Durante la realizzazione della pellicola grande attenzione è stata data alla post-produzione e al make-up, che di solito in Italia è un po’ “goffo”: segno ulteriore che l’Italia non solo non ha nulla da invidiare al cinema americano, ma è addirittura in grado di inventare e reinventarsi, lasciando il resto del mondo a bocca aperta davanti a uno schermo luminoso.

Noi di Radioeco abbiamo avuto il piacere di approfondire il discorso con Gabriele Mainetti (con cui avevamo già avuto uno scambio di battute), che ci ha gentilmente concesso un’intervista:

 

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