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Strumenti a corde per anime alle corde. Mannarino live a La Versiliana

12002958_10156002254245313_7097933654752680362_nSe devo pensare all’inizio della mia “carriera giornalistica” (ahahaha, risate del pubblico) penso ad un’intervista con Alessandro Mannarino. Era il 2010, e l’autore del “Bar della rabbia” cantava all’Italia Wave di Livorno. Era già palese allora che quell’istrionico artista aveva tutte le carte in regola per essere fuori dal giro autorefenziale dell’indie italico, e in contemporanea esibire le nobili ascendenze del teatro di strada e della canzone d’autore italiana. All’epoca non attirava grandi folle, però aveva un senso dello spettacolo che a tanta gente che era stata su quel palco mancava.

A distanza di cinque anni lo ritrovo sul palco de La Versiliana, in occasione della festa de “Il Fatto Quotidiano”. Diciamo che il live del cantautore romano era l’appuntamento musicale più atteso della tre giorni di incontri e dibattiti. Qualche giorno prima era stato ospite a Prato, ma questo non ha dimezzato il pubblico di Marina di Pietrasanta, che anzi è accorso in gran numero.

Lo spettacolo fa parte del “Corde tour 2015”, una ripresa del già rodato ciclo di date che l’ha visto in giro per lo Stivale già dal 2013. Si chiama “Corde” perché gli strumenti a corda sono i protagonisti degli arrangiamenti dei brani più amati del repertorio di Mannarino. Ci sono le chitarre di Tony Canto e Alessandro Chimienti, il contrabbasso di Nicolò Pagani, mentre al violino, tamburo battente e voce femminile c’è la “Regina delle Egadi” Lavinia Mancusi. C’è anche il cantautore abruzzese Domenico Imperato al violoncello e ukulele, mentre percussioni e ritmiche sono in mano a Daniele Leucci. Una formazione di professionisti al servizio di arrangiamenti pregiati, soprattutto per la prima parte del concerto. Probabilmente si chiama “corde” anche perché la poetica di Mannarino è quella degli uomini messi alle corde dalla vita, eppure sempre in piedi.

11988614_10156002254845313_2286086414455419146_nNon è un mistero che il cantautore romano abbia un carattere un po’ difficile, diciamo così. Si mostra scocciato con il pubblico già al secondo pezzo. Infatti nelle intenzioni dell’organizzazione il concerto doveva essere “partecipato” da seduti, ma tra i progetti e la realtà ci corre in mezzo un mare di vino. Infatti, dopo appena cinque minuti il pubblico – perlopiù composto da giovanissimi – ha lasciato le proprie sedie per alzarsi e correre sottopalco. I fan più attempati si sono dovuti sorbire, loro malgrado, un muro umano che impediva la vista degli artisti sul palco, e qualcuno preso dalla rabbia si è alzato sbraitando e si è avviato verso l’uscita.

Mannarino, che non voleva scontentare nessuno, ha accennato qualche rimprovero a coloro che si sono alzati. Ma il nervosismo è aumentato quando qualcuno ha poggiato una bottiglia di vino sul palco, e poi una voce dal pubblico ha chiesto “vogliamo ballare”. Pronta la risposta del cantautore: “Se vuoi ballare sai quante discoteche ci sono in Versilia”. Gioco, set, partita!

Andiamo al concerto. Prima parte molto “intimistica”, diciamo così. Aiutato da una scenografia da retrobottega di una distilleria, tra casse di legno poggiate qua e là, il live ha proposto un primo trittico da capogiro: “Osso di seppia / Le cose perdute / Rumba magica”. Da questi primi pezzi si capisce l’atmosfera scelta dall’artista, la delicata alchimia strumentale sottostante. Delicatezza come fondale al divertimento caciarone reclamato dal pubblico. La corrispondenza tra platea e cantante si suggella più o meno a metà concerto, con il pubblico che canta in modo appassionato “Tremo tremo forte fra le tue carezze” in “Statte zitta”. In più momenti l’impressione è di sentire umori folk ellenici di “Rebetiko Gimnastas” di Capossella. Lo so, ora i fan di Mannarino mi aspetteranno per accopparmi all’uscita della radio.

10690303_10156002254395313_3310485429374570562_nE tra gente che si passa bocce di vino, la platea de La Versiliana si trasforma in una gigantesca balera, soprattutto quando partono hit come “Tevere Grand Hotel” e “Serenata lacrimosa”.  Mannarino recupera l’energia che gli viene trasmessa dal pubblico, e la restituisce in interpretazioni sentite, soprattutto quando esegue pezzi scarni come “Signorina”, dove a dominare sono le increspature della voce e del cuore. Anche nel monologo che apre “Vivere la vita” Mannarino è come se si mostrasse in un autentico dialogo a tu per tu con ogni singolo convenuto alla festa de “Il Fatto Quotidiano”.

Una breve pausa dei musicisti scrive un segno d’interpunzione in un live che viaggiava a vele spiegate da un’ora e quarantacinque minuti. Il rientro per l’encore è scoppiettante, e offre in sequenza tre successi attesi da tutti: “Me so ‘mbriacato”,  “Il bar della rabbia”, e la travolgente “Scetate vajo’”. Gran finale quello offerto proprio da “Scetate” che è un respiro salutare di carnalità meridionale, eseguito come se si trattasse di una jam tra amici in una piazza del Sud Italia.

Così Mannarino saluta i suoi fan, mostrando come i concerti, per artisti del suo calibro, siano un affare più “serio” dei dischi. La forza della sua musica non è tanto in questo cantautorato roma-centrico aperto a moltissime influenze etniche, che pure è ormai diventato il suo marchio di fabbrica, ma nell’interpretazione teatrale che si porta dietro, un “teatro de core” dove non è mai chiaro dove finisce la maschera e inizia l’autobiografia.

Giuseppe F. Pagano

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