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Medea di Luca Ronconi al Teatro Verdi

Il 13 dicembre 1996 il teatro Donizetti di Bergamo, in anteprima nazionale, ospita la Medea di Luca Ronconi. Franco Branciaroli, nelle vesti di un donnone con uno di quegli abiti da nonna neri con fiorellini chiari e scarpette col tacco grosso, interpreta la figura che da secoli attrae i teatranti di ogni epoca, quella che per tutti noi oggi è l’eroina del femminismo: Medea.

Il grande capolavoro di Euripide è passato alla storia come la ormai fin troppo speculata favola della protofemminista che, tradita dal marito, ripudiata e cacciata dalla città perché donna e straniera, in preda alla disperazione si trasforma in infanticida, uccidendo i suoi due bambini.

Medea di Ronconi - Foto di Umberto Favretto

Medea di Ronconi – Foto di Umberto Favretto

La allora scelta di Ronconi di far interpretare la maga della Colchide ad un uomo, oltre che ad essere in perfetta sintonia col teatro antico, mostra come Medea usi la femminilità come maschera. La grandezza di questo personaggio sta proprio nella potente irrazionalità che la travolge senza mediazioni. È un pericolo che incombe sul pubblico, è puro istinto e acceso furore, lei è un corpo multiforme ambiguo, allo stesso tempo dolce e feroce.
A distanza di vent’anni circa, è ancora l’inossidabile Franco Branciaroli ad indossarne le vesti in omaggio al maestro defunto Luca Ronconi, sotto la ripresa di Daniele Salvo.
“In questo riallestimento, assolutamente filologico- racconta Daniele nelle note di regia- ho voluto riproporre nei dettagli la regia di Luca Ronconi, senza nessuna intromissione e nessuna aggiunta o sottrazione”.
Quello che si presenta non è un testo classico, non una inconsulta modernizzazione del dramma, dal momento che una rivisitazione integrale è pressoché impossibile.
Piuttosto si mette in chiaro la lontananza vertiginosa di quest’opera in una ambientazione di un condominio degli anni ’50.
Ronconi prima e Salvo poi, hanno posto l’accento sull’aspetto politico, provando a suscitare nel pubblico la possibile reazione che ha potuto avere quello ateniese davanti alla minaccia di Medea, che una volta consumata la sua vendetta a Corinto, sarà pronta ad essere accolta ad Atene.
Due mondi che si scontrano, da una parte quello calcolatore, freddo, dove l’unico credo è la prevaricazione e il guadagno della modernissima Corinto, dall’altro quello eroico e arcaico della Colchide.
La tragedia si svolge dentro l’animo della diversa, della barbara donna che ha tradito la sua gente, suo padre, e ucciso suo fratello per inseguire il suo amore, che ora la rinnega sposando la principessa.
Giasone è un fantoccio, una parodia di se stesso o di quello che poteva essere un eroe mitico. Seppur conosca la smisurata forza della madre dei suoi figli, davanti al decreto del re Creonte che le ordina di lasciare la città, non sa opporle altro che convenienti ragionamenti. Cade nei tranelli di Medea come un allocco, la quale, con la scusa di voler risparmiare l’esilio almeno ai figli, fa portare al cospetto dei sovrani doni intinti di veleno, che una volta a contatto con la pelle della giovane sposa, causano la morte sua e- dopo un tentativo disperato per salvarla- del padre Creonte.
Quest’opera, diventata ormai una pietra miliare della storia registica e interpretativa del secondo Novecento, andata in scena sabato 21 e domenica 22 ottobre, ha dato il via alla stagione di prosa del teatro Verdi di Pisa.

Costantino De Luca per Radioeco
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