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[LIVE REPORT] METAROCK 2014 ‒ ZEN CIRCUS @Parco della Cittadella (Pisa, 05/09/2014)

…l’innocenza è dei bambini, / la purezza degli dei; / l’innocenza non esiste, / gli dei siamo noi

10681999_10204671612539324_946416932_nLa 29esima edizione del Metarock, orgoglio degli eventi pisani, ha avuto in serbo per noi un grande “ritorno a casa”, come spesso è stato ricordato nel corso dell’esibizione: gli Zen Circus, direttamente dal loro tour nazionale per la promozione dell’ultima fatica discografica.

Ma andiamo per ordine. Nell’amata location del Parco della Cittadella di Pisa, fra stand mangerecci e d’abbigliamento e merchandising vari, l’atmosfera è stata innanzitutto surriscaldata da due band ormai storiche nell’alveo della musica folk italiana.

Ad aprire le danze i Tamales de Chipil, gruppo fiorentino dal sapore messico-gitano. Si iniziano a vedere fra i fumi e i bicchieri di birra i primi timidi balletti dei ragazzi che già da ore avevano conquistato le famose transenne delimitatrici.

A seguire, la breve esibizione degli adorabili Matti delle giuncaie, dall’accento maremmano ed i suoni hard-folk (come gli stessi li definiscono), persi tra mille corde di chitarre e mandolini. Interrotti da un’improvvisa carenza di energia elettrica, i Matti non si sono lasciati intimidire, continuando a suonare in acustico, nel buio totale sul palco, e coinvolgendo la folla di ragazzi con cori, echi e tanto “iappappà”. Si respira densamente allegria e spensieratezza, da abbandonata melanconia settembrina. In poco tempo la band si riappropria del palco, grazie alla celere abilità dell’organizzazione, per lasciare ben presto il posto ad una delle maggiori attrattive pisane.

Brevissima attesa ed eccoli salire sul palco: Andrea Appino, alla chitarra, voce, armonica, urla, singulti ed eccitante da palcoscenico; Ufo al basso, cori, sigarette e prestanze varie; Karim Qqur alla batteria, annaffiatoio, washboard, campanelle e chi più ne ha più ne metta; tre smunti eppure al contempo energici figuri inziano a suonare. Sullo sfondo la copertina del loro ultimo album, il fortunato Canzoni contro la natura (2014, La Tempesta Dischi).

Ma Appino non è il primo a proferir parola sul palco: «Eh… senta, ogni uomo è fatto in un modo diverso… dico nella sua struttura fisica è fatto in un modo diverso, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale, no… quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento… sino dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura». La voce calma di Giuseppe Ungaretti, in una breve intervista rilasciata a Pierpaolo Pasolini, nel suo documentario Comizi d’amore.

E si parte. Con la solita vitalità buskers ed anche un po’ da star glam rock, gli Zen iniziano il concerto con Canzone contro la natura, terzo brano del loro ultimo album.

Il concerto scorre veloce, anzi velocissimo. Il pubblico colto accompagna gli Zen Circus in ogni singola manifestazione canora, dalla più datata alla più attuale. Sì, perché nella scelta dei brani, il gruppo non ha voluto dimenticare nemmeno uno dei pezzi, ormai storici, più amati.

Ci sono le sempre vere Vent’anni e Figlio di puttana; le rabbiose e difficili da seguire senza cadere nemmeno in un errore come Gente di merda e L’egoista; le ambivalenti Ragazzo eroe e Ragazza eroina; gli intramontabili inni nazionali, con annessi cori da stadio, Andate tutti affanculo e We Just Wanna Live.

I maestri di cerimonia sono impeccabili, divertenti, grintosi e trascinatori. Appino delizia il pubblico con brevi chicche biografiche, come nel caso di Canzone di Natale, cantata insieme a Karim («Si chiama Abdul il mio Babbo Natale, con le Nike di renna nuove»).

Ma c’è anche la storia narrata in Dalì, barbone immaginario, impersonificazione di tutti i barboni delle stazioni, che si vendicherà («..di tutto quel patire e di tutta questa gente e nessuno è innocente, e Dio magari sono io, magari anche no!»).

O ancora i giovani di Postumia, che si raccolgono il giorno dopo per strada, e «tutti a farsi belli perché a quest’ora finire a scopare è l’unica chimera».

Appino non si risparmia brevi commenti indirizzati genericamente alla gioventù che alla Via del Campo e la via Prè preferisce Andrea Diprè, o sull’autoritarismo che tanto piace agli italiani… ma tant’è («milioni di artisti ed in fabbrica nessuno») un po’ di qualunquismo e banalità critica non fa mai male (in piccole dosi).

Fra gli altri pezzi storici, gli Zen si esibiscono in una inaspettata Mexican Requiem che lo stesso Appino dice esser stata composta ormai un decennio fa sul muretto del Parco della Cittadella, e Poliisi Pamputtaa Taas cantata da Ufo, pezzo punk ramoneggiante, cover di un brano finlandese che lo stesso invita a cantare o quanto meno a ballare.

Prima del bis, una breve ed esilarante lettura degli ultimi titoli di Lercio (sì, lo so, social per il sociale), ed eccoli tornare. Gli Zen Circus lasciano il palco con l’affannoso interrogativo «Siete nati per subire?», seguito dall’emozionante Nati per subire, urlata a squarciagola da un pubblico che raccoglie bambini, adolescenti e adulti. Cantiamo tutti in coro, non so con quale coscienza o presa di posizione ma cantiamo tutti insieme…
La curiosità è donna, / il potere degli eroi; / la curiosità è di tutti, / affanculo gli eroi.
Agnese Caldararo
Redazione musicale

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