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Metti la nonna in freezer: la recensione

Lui è un finanziere interreggerrimo e dedito al lavoro, un paladino della partita IVA e combattente delle truffe ai danni dello stato; lei una restauratrice che congela la nonna pur di continuare a lavorare. Insieme saranno una coppia messa alla prova da segreti e cadaveri nascosti in freezer.Tutto questo è Metti la nonna in freezer.

Metti la nonna in freezer

In Italia vi è sete di cambiamento. Lo desideriamo. Lo necessitiamo. Ogni giorno che passa ci affacciamo fuori dalla finestra nella speranza di una rivoluzione che investi il paese, nelle piccole e grandi cose, e il cinema, finestra più o meno idilliaca sulla realtà, rientra sicuramente tra queste “grandi cose”. Negli ultimi anni sono molti i giovani registi che si sono dimostrati desiderosi di prendere in mano la situazione e, facendo forza sulle proprie passioni e i più disparati bagagli culturali, incamminarsi verso un orizzonte di innovazione e novità capace di scuotere la situazione di stallo in cui è bloccato il cinema nostrano, e lanciarlo verso una nuova alba. E così, dopo i supereroi (Lo chiamavano Jeeg Robot), l’action drama (Veloce come il vento) e lo psico-thriller di matrice americana (Mine) il cinema italiano si nutre di nuova linfa vitale laddove una volta era unico e grande: la commedia. Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi fanno il loro debutto al cinema con Metti la nonna in freezer, diretta discendente di quella lettura agrodolce e ossimorica di una situazione sociale in cui la morte diventa pretesto per ingannare lo stato e, contemporaneamente, continuare così a vivere. La presenza della morte, e il suo riderci sopra, era infatti una delle caratteristiche principali dell’antica arte della commedia tricolore; un elemento fondante che qui i due giovani registi infarciscono con un black humor tipicamente inglese e uno stile autoriale influenzato dai film bulimicamente divorati nel corso della loro formazione cinematografica. In Metti la nonna in freezer c’è il cinema di Edgar Wright, di J.J Abrams, dei fratelli Coen (si pensi a Lady Killers) e dei Monty Python (ovviamente calibrato e centellinato secondo i dettami nostrani), ma soprattutto c’è una ricercatezza e una voglia di far ridere senza per forza scadere nel trash o in quell’inevitabile volgarità che ci ha accompagnato troppo spesso al cinema negli ultimi decenni.

Fontana e Stasi sono giovani. Lo si evince dalla leggerezza di certe riprese e raccordi di montaggio che se da un lato infondono dinamicità e freschezza a un panorama cinematografico ormai stantio e saturo di idee, dall’altro mostrano un legame stretto con un modo di far cinema ancora troppo poco epurato da talune “americanate”. Manca insomma quel tocco di coraggio in più che ha dimostrato possedere invece Gabriele Mainetti

e incentrato su quella volontà di prendere una tematica tipica della cinematografia d’oltreoceano e farla nostra. Dove invece Metti la nonna in freezer svela il suo punto di forza è sul lato narrativo. È paradossale come dietro un fatto di cronaca così noto e reiterato in Italia (il congelamento di un parente per la percezione della pensione) si riesca a ridere e provare compassione. Quella che ne scaturisce è comunque una risata che esorcizza una società tartassata dalla crisi economica e dalla mancanza di lavoro; una risata che fa ridere di noi stessi, mettendo alla luce un tarlo italiano difficile da eliminare.

nonna in freezer 2

Metti la nonna in freezer vanta inoltre il pregio di dimostrarsi ben riuscito anche sull’aspetto puramente estetico, con una fotografia che passa dai toni gelidi di morte e sospetto, a quelli caldi di un amore in grado di superare paure e fragilità. Ottime anche le performance attoriali, imprescindibili per un film che si pone come obiettivo primario il sapere far ridere. In Italia Fabio De Luigi sa far ridere, è nato per questo. Schiere di generazioni sono cresciute con i suoi personaggi televisivi e le sue imitazioni. È così bravo e naturale De Luigi in queste vesti comiche che, una volta passato al cinema, si è ritrovato spesso a interpretare se stesso: una macchietta dall’accento romagnolo, imbranata, casinista, ma dal cuore d’oro. Di primo acchito Simone non si discosta dal proto-personaggio costruito ormai sul suo interprete, eppure dove l’attore convince maggiormente è nelle scene più seriose. La solitudine che schiaccia l’uomo e il suo non sentirsi accettato per quella falla d’affetto materna che lo fa inciampare in un burrone emotivo da cui non riesce a risalire, è ben espressa da De Luigi attraverso l’intensità dello sguardo; quello stesso sguardo che, dopo tanti sorrisi, ora commuove. Fabio sa emozionare, lo ha dimostrato in passato e lo ribadisce qui, con sfumature psicologiche mai rivelate prima. Miriam Leone dal canto suo ha dimostrato di saper far ridere, mostrandosi a suo agio anche nelle scene più slapstick della storia; eppure, una volta messa a fianco a Lucia Ocone e Marina Rocco (un duo energico e dai tempi comici raffinatissimi) la sua performance cala un po’, a favore di quella delle sue co-protagoniste.

Se dunque il “buongiorno si vede dal mattino”, quello della coppia Stasi-Fontana non può che rivelarsi una carriera duratura e all’insegna del talento. Speriamo che non vi siano nuvole all’orizzonte a rovinare il buongiorno dato alla loro carriera.

Voto: 7

Elisa Torsiello per Radioeco

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