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Molière a Pisa – “Don Giovanni” al Teatro Verdi

Il momento più intenso, il climax dell’intero spettacolo, si è avuto a metà dell’opera, quando un monologo sull’ipocrisia di Alessandro Preziosi/Don Giovanni, ha prodotto una sorta di scarica elettrica che ha attraversato l’incantata cornice del Teatro Verdi, inducendo a contemplare con la mente la grande somiglianza dell’ipocrisia dei signori di fine ’700, con quella dei signori in giacca e cravatta di questo inizio millennio, quasi a voler simboleggiare come l’ipocrisia risiede principalmente nelle alte sfere della società e che i tempi, in fin dei conti, sono cambiati solo nei costumi e nelle forme.

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Dopo i suoi Amleto e Cyrano de Bergerac, Alessandro Preziosi, calandosi nei panni del “seduttore per eccellenza” ci regala un’altra ottima performance teatrale, dimostrandoci nuovamente quanto queste sue performance vadano totalmente contro corrente rispetto alle sue interpretazioni sia cinematografiche che televisive. Insomma, l’artista napoletano testimonia di trovarsi più a suo agio sul palcoscenico che davanti ad una cinepresa.

Un concentrato di messaggi che vengono sussurrati sottovoce allo spettatore. Questo è da sempre il Don Giovanni, un’opera ed un personaggio che ormai da più di tre secoli affascina ed intriga ogni appassionato di Molière o di teatro e che Alessandro Preziosi, nella doppia veste di regista e attore principale, ha voluto riportare in scena mantenendo un classicismo misto a punti di innovazioni tecniche, come la presenza in sottofondo di If dei Pink Floyd, insieme alla musica dei Massive Attack, oppure all’uso di una scenografia grafica composta da un telo con immagini proiettate sopra. Un lavoro che mantiene le sue origini, raccogliendo l’essenza stessa dell’opera di Molière e donando lucentezza ai conflitti eterni di religiosità-ateismo, bene-male, sacro-profano.

Così come Sganarello, esilarante servitore sottomesso, può rappresentare il buon senso e la retta via morale e religiosa da seguire (anche se pure lui con sfumature di immoralità palpabili e subdole), Don Giovanni è l’irriverente profanazione della moralità e della religiosità, personificazione della falsità, un peccatore destinato alla giustizia divina, la quale prende forma nella statua del governatore, un personaggio “costruito” con voce fuori campo e immagine video proiettata su una scenografia semplice quanto lugubre, tetra come il destino che attende Don Giovanni.

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Un personaggio che, nonostante il suo carattere peccatore e falso, è fuori dagli schemi; una figura gioiosa e spiritosa, che lascia un fascino particolare ad ogni sorta di pubblico, indispensabile nel panorama teatrale, probabilmente un soggetto con cui sentiamo periodicamente il bisogno di relazionarci, dato che il proibito, che Don Giovanni personifica impeccabilmente, piace e attrae. Come afferma Alessandro Preziosi: “Una società può fare a meno di Amleto o Cyrano, ma non di lui. Perché vogliamo essere sedotti”.

 

Giacomo Corsetti per RadioEco

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