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Morte di un commesso viaggiatore a Teatro Verdi

commesso_viaggiatore_3(fonte comunalegiuseppeverdi.it)

Andare a Teatro Verdi è un po’ come viaggiare nel tempo. Un tuffo nell’ottocento teatrale. Lo è sempre stato per me, ieri come oggi e mi auguro come in futuro. Ci ha sempre donato spettacoli di grande classe. Ecco, Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller rientra in questa tipologia. Un classico del teatro contemporaneo americano supportato da una grande compagnia capeggiata da Elio De Capitani (in doppia veste di attore-regista), uno dei massimi interpreti di Willy Loman, il protagonista della storia.
O meglio, del dramma milleriano.

Willy Loman rappresenta la critica al sogno americano che Miller ha voluto lanciare con Morte di un commesso viaggiatore. Un personaggio che ha costruito la sua esistenza sulla menzogna, creando un mondo in cui lui fosse un conosciutissimo commesso viaggiatore. Illusioni e fantasticherie che non hanno risparmiato nemmeno la famiglia, dalla moglie Linda (Cristina Crippa, compagna di vita dell’attore) ai figli Biff e Happy (Angelo di Genio e Marco Bonadei) che lo credono una figura di successo nel suo settore. Figli che stanno al centro – specialmente il maggiore Biff – del pensiero materialistico e superficiale del padre, il quale riversa su di loro tutte quelle aspettative che vertono al “successo ad ogni costo”. Un uomo che non riesce ad ammettere quel fallimento esistenziale di cui prenderà coscienza lentamente soltanto alla fine, tra flashback e allucinazioni aventi per protagonista il fratello, ricco e di successo.

Un versione di Morte di un commesso viaggiatore andata in scena al Verdi, rimane fedele alla tradizione (pure nella durata come testimoniano le 3 ore e 30 di rappresentazione) ed è ben curata. Dalla scenografia spoglia, simbolo se vogliamo dell’animo cupo, falso e superficiale di Willy, all’alternanza perfetta di luci calde e fredde che trasportano istantaneamente lo spettatore dal presente al passato fino all’allucinazione vera e propria, mostrando come il protagonista non riesca più a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.

Morte di un commesso viaggiatore è anche, se vogliamo, un viaggio psicologico nei nostri giorni, nei quali ha messo radici profonde una concezione di vita americanizzata, composto da materialismo consumistico e desiderio primario e quasi indispensabile del successo. Un’opera in cui c’e molto anche della nostra società, a dimostrazione di come, alla fine, i nostri tempi non sono poi così diversi rispetto a quelli del 1949. Anzi.

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