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Muhammad Alì, l’uomo nero che era ispirazione pura

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“The Greatest” ci ha lasciato. Muhammad Alì è stato molto più di un fenomeno pugilistico. E’ stato un’ispirazione, un esempio. L’eroe americano dal la faccia nera che ha portato lo sport oltre i propri confini.

Non è semplice spiegare una figura come Muhammad Alì. Non ci si può basare soltanto sul lato sportivo del personaggio. Sarebbe riduttivo e non riuscirebbe a dare la giusta dimensione a tutto ciò che ha rappresentato per la comunità nera americana (e non) e, più in generale, per il mondo intero. Non possiamo semplificare tutto rendendogli omaggio attraverso i freddi numeri degli almanacchi che comunque lo pongono già come uno degli atleti più grandi della storia e non soltanto del pugilato. Un pacifista e visionario di statura universale che rifiutò di arruolarsi per la guerra in Vietman perchè “Non ho niente contro i vietcong. Loro non mi hanno mai chiamato “negro”. Perse il titolo dei pesi massimi e fu condannato a cinque anni di carcere per diserzione (pena che poi fu capovolta). Negli anni in cui non potè combattere si mise anche a fare l’attore.

Muhammad Alì è stato semplicemente una fonte d’ispirazione. Era un’idea. Come altri grandi della storia che con lo sport avevano poco a che fare. Gente come Mandela, Gandhi o Martin Luther King. Il fu Cassius Clay (nome che cambiò convertendosi alla fede musulmana ed aderendo alla Nation of Islam) ha saputo portare lo sport fuori dai suoi confini. Dietro quell’ostentata sicurezze di sè che a volte (per non dire spesso) sfociava nella presunzione, si nascondeva una sorta di eroe coi guantoni di dimensione popolare. Perchè a Muhammad Alì interessava la sua gente ed, in un certo senso, era per loro che combatteva e vinceva. Non per la gloria fine a sè stessa. Come quella volta che, di ritorno dalle Olimpiadi di Roma del 1960 fresco di titolo, gettò la medaglia d’oro nel fiume Ohio come segno di protesta verso il suo paese e le discriminazioni razziali che non si placavano.

Quel suo salire sul ring e trionfare era intriso di simbolismo per milioni di persone che vedevano nei suoi trionfi una sorta di redenzione da decenni di sopprusi e sofferenze razziali. Come una speranza.

“Alì Bomaye!” non è solo il grido che 100.000 persone intonarono il 30 ottobre 1974 allo Stade 20 du Mai durante l’incontro più famoso della storia a Kinshasa contro George Foreman, ma acquista un valore più alto. Diventa il grido di chi si è visto discriminare per decenni sia in America sia in Africa durante il periodo coloniale. George Foreman rappresentava l’America con tutte le sue ipocrisie. Era il “negro bianco”, come lo definì Alì, che si presentò con un pastore tedesco in Congo facendo tornare alla mente i cruenti tempi della dominazione coloniale belga. Quella notte il mondo si fermò fino all’ottava ripresa quando Foreman crollò e Muhammad Alì si riprense quel titolo che conquistò per la prima volta dieci anni prima contro Sonny Liston, durante il match deciso dal famoso “pugno fantasma e dalla probabile regia della mafia locale. Non si viene soprannominati “il pugile della mafia” per caso. “Alì Bomaye” intonato al The Rumble in the Jungle voluto dal dittatore africano Mobutu assomigliavano molto più ad un canto di liberazione piuttosto che ad un letterale “Alì uccidilo!”. E poi c’e Joe Frazier e quel match a Manila riconosciuto da tutti come il più violento della storia e che ha portare Muhammad Alì a descriverlo come “la cosa più vicina alla morte che abbia mai vissuto”. Altra vittoria e altro spunto leggendario di coraggio e determinazione. Altra lezione.

“Dio è venuto a prendersi il suo campione” ha detto Mike Tyson una volta saputa la notizia della morte di Alì dovuta ad una crisi respiratoria aggravata dalla Sindrome di Parkinson contro cui combatteva da oltre 30 anni. Con Muhammad Alì ci lascia un danzatore del ring che sapeva essere farfalla e ape. Ci lascia donandoci un mondo ancora imperfetto ma sicuramente migliore. E mentre lo ricordiamo ci sembra quasi di sentirlo quel coro di libertà che in sottofondo si alza sempre di più nella nostra testa. “Alì Bomaye!” “Alì Bomaye!”

Giacomo Corsetti

 

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