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Museo Rosenbach, “Zarathustra” – Artwork della domenica

Ad andare negli anni ’70 ci ho preso gusto, e ci torno con l’Artwork della domenica di oggi. Vi racconto la storia di una delle copertine più sfortunate di sempre, un solo artwork che ha segnato l’inizio e la fine di un gruppo progressive. È la storia del Museo Rosenbach e del suo “Zarathustra”.

Nel 1971 a Bordighera viene fondato un gruppo progressive, dal nome un po’ lungo e complesso, qualità in realtà canoniche delle band prog italiane. La band sceglie il nome di Inaugurazione del Museo Rosenbach, dove il termine tedesco, che è anche il nome di un editore, vuol dire “ruscello di rose”. La band era composta da Stefano “Lupo” Galiffi (voce), Enzo Merogno (chitarra), Pit Corradi (tastiere), Alberto Moreno (bassista) e da Giancarlo Golzi alla batteria. Alla fine il nome venne semplificato in Museo Rosenbach, accantonando il vocabolo Inaugurazione che iniziava a stonare anche alle orecchie della band.

Museo_Rosenbach

L’anno seguente il Museo Rosenbach viene contattato dalla Dischi Ricordi, che aveva già lanciato parecchie band del genere prog. È il momento della svolta: il Museo sta componendo quello che viene considerato un capolavoro del prog italiano, probabilmente uno dei punti di alti, sia per la qualità musicale che dimostra molto più di altri gruppi italiani, di aver incanalato ascolti di band straniere come i King Crimson, sia per quella lirica, i testi sono infatti di un’eleganza innegabile. Siamo nel 1973 e il Museo Rosenbach pubblica per la Dischi Ricordi, Zarathustra. Un inizio che poteva essere glorioso e invece il loro debutto segna anche la loro fine.

Se il disco è così valido, così bello (e lo è), cos’è che manda a monte tutto quanto? Siamo negli anni ’70 in Italia, un periodo politicamente molto complesso, in cui anche la musica era schierata. Tutto ilo mondo del progressive era dichiaratamente di sinistra, una sinistra che sapeva ancora di ’68, nonostante iniziasse ad essere un concetto un po’ stantio, al quale alcuni ritenessero ci si aggrappasse un po’ troppo. C’era chi cercava stimoli diversi, senza per questo chiedere asilo alla parte politicamente opposta, ma si sentiva semplicemente la necessità di una scossa mentale che stesse al passo con una realtà sempre più complicata. Ma questa ricerca non sempre veniva ben vista dalla maggioranza. Il Museo Rosenbach è esattamente la vittima esemplare di questo clima teso e anche un po’ troppo moralista.

Mettiamola così, vivere negli anni ’70 e scegliere di comporre un concept album su Zarathustra, non era proprio una scelta da fare a cuor leggero. Nietzsche era ancora considerato come il filosofo della teoria del Superuomo, che aveva ispirato le ideologie fascista e nazista, che hanno portato, come sappiamo, a il periodo più buio della storia contemporanea. Se poi ci aggiungi anche un artwork che può solo peggiorare le cose, allora è la fine.

Museo-artworkCesare Monti - con Wanda

Se fai parte di una band italiana degli anni ’70 è quasi naturale passare dalle mani di questa coppia di artisti che hanno realizzato gli artwork più belli di quel periodo. Sto parlando del fotografo Cesare Monti e della sua metà, l’artista Wanda Spinello. Fu la coppia a ideare e realizzare quell’artwork che portò così tanta sfortuna al Museo Rosenbach. Il collage è composto da diversi elementi che insieme creano un viso mostruoso, dello stesso Zarathustra, un viso che trasmette diverse sensazione, dalla paura, allo sconcerto, e per quanto riguarda il resto del panorama prog del tempo, anche la rabbia è da annoverare tra le reazioni. Il collage è infatti formato nella sua parte superiore da prati, colline, quasi fosse un richiamo bucolico drasticamente accantonato scendendo verso il centro del volto. Qui compaiono scene di guerra, mani che si aggrappano alle sbarre di una prigione, e sulla mascella del volto, appare l’elemento che segna la distruzione mediatica del Museo Rosenbach. Sulla mascella appare un busto di Benito Mussolini. Il tutto su sfondo nero.

MuseoartworkZarathustra

La figura del Duce, il titolo del concept vengono totalmente fraintesi. Il Museo Rosenbach è tacciato di essere fascista, e non c’è niente da fare. Il resto del mondo prog non l’appoggia, la Rai censura tutto e impedisce alla band di potersi esibire e farsi conoscere dal grande pubblico (la dura vita senza ADSL). Nonostante gli sforzi della casa discografica che aveva fatto un’ottima campagna promozionale al debutto del Museo, e nonostante l’intervento di Cesare Monti e di Wanda Spinello che spiegarono che la loro non era affatto un’allusione alle simpatie verso la destra (tra l’altro inesistenti), del gruppo, bensì doveva essere considerata una mera provocazione al moralismo dilagante.

In un’intervista a Panorama in occasione del ritorno sulla scena musicale, ben quarant’anni dopo, Alberto Moreno dichiara: “il responsabile del concept sono io, in Zarathustra mi sono basato su uno scenario precostituito e la mia azione è stata quella di scegliere alcuni temi non strettamente ideologici ma legati ad un concept che era quello di vedere Zarathustra come una specie di uomo ecologico ante litteram. Il nostro errore però è stato quello di usare la parola superuomo al posto di quella più corretta, oltreuomo. [...] L’immagine vale più di mille parole. Ricordo che avevamo presentato alla ricordi una testa di Zarathustra composta da un collage fatto da rovine di templi greci e pezzi di colonne. Quando abbiamo dato il nostro abbozzo alla Ricordi a loro è piaciuto molto ma quando ci è stato presentato il lavoro finale ci siamo trovati di fronte quella copertina che noi tutti conosciamo. Eravamo giovani ventenni alla prima esperienza discografica con un etichetta importante, siamo rimasti muti e ci siamo fatti consigliare dall’entourage che diceva di usarla ugualmente, poiché risultava decisamente più forte come impatto visivo. Le cose poi sono andate diversamente, ma l’idea di essere stati associati ad ideologie naziste e fasciste a causa di quel busto del Duce inserito nella cover è una cosa che ancora oggi mi turba il sonno“.

Museo-Rosenbachartwork

E se ancora non bastasse tutto questo polverone che si è alzato sulla band e che ne ha causato la dissoluzione, ecco aggiungersi l’artwork del retro. Anche qui la provocazione è lineare e chiara. Nel 2017 niente di tutto ciò potrebbe creare una reazione scandalizzata, nel 1973 si. Sebbene l’immagine sia chiaramente un monito ai vizi, al gioco del potere, agli uomini corrotti, il laccio emostatico e la siringa in vena gettano l’ultima manciata di terra sul Museo Rosenbach che si apprestava ad essere sepolto e dimenticato per un bel po’ di tempo.

Il disco fu riscoperto anni dopo, e ascoltato senza i pregiudizi degli anni ’70, che l’avevano censurato senza pietà, confermando l’idea che quello che ha partorito il Museo Rosenbach, e in particolare Moreno, è un gioiello della musica italiana, anche oltre i confini del progressive. Musicalmente ispirato, con testi di una bellezza rarefatta, Zarathustra è, oltre che un capolavoro, una delle vittime eccellenti della censura nostrana.

 

Grazia Pacileo

 

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