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Nelle pieghe del tempo: la recensione

Arriva nelle sale Nelle pieghe del tempo, atteso fantasy firmato Walt Disney. Un’opera che tenta di unire temi sociali, paure e insicurezze adolescenziali, e tanta, troppa, computer grafica. Qui la nostra recensione.

Nelle pieghe del tempo

Nelle pieghe del tempo non si nascondono sentimenti o avventure; tra gli strati di una narrazione soltanto accennante il testo letterario di origine non si stagliano universi paralleli o ricerche compiute sulla spinta del genio astronomico; nascosta tra le pieghe del tempo c’è solo tanta, troppa digitalizzazione.

Meg è una ragazzina chiusa e scontrosa. Un comportamento dovuto alla scomparsa del padre, lo scienziato Murry (Chris Pine), che da quattro anni ha lasciato la sua famiglia. Ma è proprio quando si smette di sperare che giunge in soccorso l’universo: il padre di Meg sta bene, sta solo aspettando che qualcuno lo vada a salvare. Inizierà così per la ragazzina, il suo fratellino Charles Wallace (Deric McCabe) e il loro amico Calvin (Levi Miller) un’avventura pericolosa, costeggiata dal male dell’oscurità che bisogna fermare attraverso la luce.

In Nelle pieghe del tempo la fantasia dei bambini è affogata dal mare di una grafica estremizzata all’ennesima potenza, così enfatizzata da rendere i personaggi delle macchiette, e i mondi da loro attraversati ambienti appaganti agli occhi dello spettatore soltanto nella prima mezz’ora di film. Già perché se il troppo stroppia, anche l’universo creato da Ava DuVernay sorprende e cattura l’immaginazione del proprio pubblico fino a quando la giovane Meg Murry inizia la propria avventura, per poi cadere in un vortice di auto-implosione in cui gli effetti digitali al posto di giocare una perfetta controparte all’impianto visivo del film, si trasformano in un oggetto di distrazione capace di rigurgitare l’aspetto narrativo, relegandolo completamente in secondo piano. Una proposta bulimica del digitale che non giova al film, così come non aiuta la denuncia sociale continuamente rimarcata in maniera opprimente e costante in ogni passaggio narrativo. Che sia ben chiaro, è giusto che un messaggio così importante come l’uguaglianza e la democrazia universale venga colto e recepito da una pubblico giovane, ma allo stesso tempo proprio per l’età media degli spettatori a cui la pellicola è destinata, una pesantezza e complessità morale come quella qui fortemente abusata non risulta di certo vincente.

Il viaggio intrapreso da Meg alla ricerca del padre narrata nel libro di Madeleine L’Engle, nel film di Ava finisce per perdere le proprie tracce; le sue orme narrative sono livellate, svanite, mentre il mondo del digitale traccia un percorso del tutto nuovo e lontano dal sentiero tracciato dal romanzo. E così il pellegrinaggio al confine del tempo e dello spazio, confinato nelle pieghe del tempo, sembra troppo spesso ammantarsi degli abiti di cortei e marce per i diritti umani; un po’ troppo Selma nel contesto narrativo, un po’ troppo Avatar in quello visivo, il film della DeVernay perde la propria bussola, lanciando sullo schermo una carambola di eventi del tutto privi della più logica consecutio causa. La sorpresa della scoperta, la tenacia nell’affrontare le proprie paure, ma soprattutto la conquista della fiducia in se stessi – vero tarlo di quel difficile periodo che è l’adolescenza – vengono qui schiacciate dal macigno della computer grafica, imponente e gigantesca come gigantesca è La Signora Quale impersonata da Oprah Winfrey (e la cui presenza non fa altro che appesantire ed enfatizzare il tessuto sociale dell’opera, a discapito di quella leggerezza richiesta a un film del genere). A salvarsi da questo quadro confusionario e così slegato tanto da rasentare il parossismo, è la performance di Reese Witherspoon perfetta nel ruolo di questa nuova versione di “fatina” un po’ smemorina, un po’ acidamente sarcastica, e la giovane protagonista Storm Reid. Il resto si presenta sullo schermo come mera e semplice parodia mal riuscita di qualcosa di già visto nelle produzioni fantasy (videogiochi compresi). La stessa Mindy Kaling, capace di risaltare anche nei semplici e altrimenti dimenticabili ruoli di spalla (si pensi a The Office) è come ingabbiata in abiti sfarzosi e voluminosi mentre declama due o tre citazioni famose con smorfie fin troppo caricate che la relegano nei limiti della performance macchiettistica. Rinchiuso Nelle pieghe del tempo doveva intravedersi un universo fatto di avventura e sfide avvincenti; doveva, ma così non è stato. Probabilmente anche i lati buoni e i punti di forza di questa storia sono andati perduti a Camazotz.

Voto: 5

Elisa Torsiello per Radioeco

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