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Nick Cave and the Bad Seeds: quando un concerto diventa danza purificatrice

Era febbraio di quest’anno. Il biglietto per i Nick Cave and the Bad Seeds a Roma è stato appena stampato. Nel mezzo nove mesi di attese trepidanti e countdown interminabili. Nove mesi. Un parto praticamente, che ha visto la nascita di un’esperienza mistica, purificatrice, che in pochi riusciranno a metabolizzare facilmente. Qui il nostro report.

 

Nick Cave

Foto di Elisa Torsiello

Roma: città eterna, città d’arte,  città d’amore, città santa e da ieri città inginocchiata all’animo tormentato, sublime e attrattivamente mefistofelico di Nick Cave and The Bad Seeds. L’8 novembre 2017 si è tramutata immediatamente in una data che sembrava non arrivare mai. Un miraggio lontano, un’attesa talmente estenuante, che le ore passate fuori alla Palalottomatica sembravano minuti che scorrevano veloci. Ultima tappa italiana che ha portato Cave e i suoi Bad Seeds a toccare il cuore e l’anima di tutta Europa, ha visto la propria esplosione alle ore 21:10. L’ora X è giunta e a fare la sua comparsa sul palco è Warren Ellis; basta la sua ombra che quel cuore, che Cave insistentemente ci ricorda fare “boom-boom”, corre veloce. E poi tocca a lui, il principe delle tenebre, e l’estasi prende il sopravvento. Il live di Nick Cave and The Bad Seeds è ad alta concentrazione: da sempre le sue canzoni, considerate perlopiù storie e poesie da raccontare al suo pubblico, sono forti, dense di diverse sfumature. Dopo Push the Sky Away e soprattutto Skeleton Tree, la loro musica è diventata ancora più introspettiva, intensa, complice anche la vita privata del cantante. Nick Cave ha bisogno del suo pubblico, e il pubblico ha bisogno di Nick Cave. Cave non si muove semplicemente sul palco. Il cantante apre le braccia al cielo, le distende come un Cristo benedicente verso il suo pubblico in adorazione, per poi trasformarsi in un diavolo scatenato, dalle movenze sensuali e indiavolate. La sua è una danza tribale, atta a scacciare i demoni del suo passato recente, commistionata a un abbraccio fisico, e sentito, col proprio pubblico, quasi come se volesse condividere i suoi più profondi e turbolenti sentimenti. È un animale da palcoscenico Cave, che si lascia ammirare, e soprattutto toccare. Ogni singolo spettatore si trasforma alla sua presenza in processo di guarigione. Per un uomo che vive di arte, la musica, si sa, può divenire ancora di salvezza dal dolore che stringe il cuore e ti lascia senza respiro, ma Cave non si limita a ciò. Punta al destinatario finale di questa espiazione: il proprio pubblico. È in lui che vede la sua ancora di mezzo catartico di liberazione della sofferenza, tanto da lasciarsi sfiorare, abbracciare, coinvolgere molto di più di quanto fatto in precedenza. Una lampada di Aladino, dove a ogni estatico sfregamento corrisponde la fuoriuscita purificatrice del sentimento di malinconia e luttuoso dolore che lo affligge da quel maledetto giorno di luglio 2015. A dare voce a questo processo rigenerativo, una scaletta che non presenta molte differenze da quella di Padova o Milano. Eppure le canzoni, nonostante le sapessimo a memoria, e come un rosario recitiamo le loro parole senza sbagliare una virgola, è come se le ascoltassimo per la prima volta. Momenti inarrivabili come Into my arms, Distant Sky, Girl in Amber e I need you si sono alternati a balli sfrenati durante Tupelo, Mercy Seat, Red Right Hand, con le quali abbiamo sudato insieme a Nick, e ogni particella del nostro corpo si muoveva in perfetto sincrono con quelle di Cave ed Ellis. Poi, in un secondo, eccoci ritrovati alla fine. I più agili riescono a salire sul palco, il resto rimane al proprio posto; insieme uniti in un unico abbraccio universale, dove lo spirito di uno, si congiunge a quello degli altri. In sottofondo Stagger Lee. Sembra di essere davvero in un altro mondo, ma così non è e dopo quel “Thank you Roma” pronunciato in maniera commossa, ecco che il pubblico si ritrova ripiombato nel freddo romano, ancora incapace di metabolizzare l’esperienza metafisica appena conclusa. Quello visto ieri non era un cantante. Nick Cave ha vestito i panni di un Caronte della musica che trascina le anime dei propri spettatori nel suo inferno interiore, nella speranza che lo aiutino a risalire in alto, verso il paradiso, “scacciando via il cielo”.

Elisa Torsiello e Grazia Pacileo per Radioeco

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