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Nick Cave & The Bad Seeds, Bon Iver, Archive – BringTheEco#15

Tre artisti che non hanno bisogno di presentazioni: Nick Cave & The Bad Seeds, Bon Iver e gli Archive. Tre nuovi lavori differenti per sonorità, ma uniti dagli stessi sentimenti: dolore, malinconia, isolamento.

Nick Cave
Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree (Kobalt, 2016)
Riassumere e concentrare in poche righe un disco come “Skeleton Tree”, la nuova opera di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, non è facile. Ma non solo: si farebbe un grande torto all’artista australiano che, coadiuvato dal suo braccio destro Warren Ellis, mai come in queste otto canzoni sanguina copiosamente. E il suo sangue qui si tinge come non mai di nero, l’inchiostro che usa per esorcizzare il dolore dovuto alla perdita del figlio quindicenne Arthur, precipitato il luglio scorso dalla scogliera di Brighton durante un trip di Lsd. “Sei caduto dal cielo, schiantandoti in un campo vicino al fiume Adur”: sin dall’apertura del disco, Nick Cave ci introduce al suo personale pianto che di volta in volta, nel corso dei pezzi, assumerà i contorni di un lamento, di una preghiera, di un’imprecazione o di una richiesta di aiuto. L’anima si mette a nudo e la musica sembra accoglierne tutta la fragilità, creando degli ambienti sonori dagli elementi essenziali ma ugualmente ben presenti nel ricreare la giusta atmosfera per far risaltare adeguatamente la voce di Cave. Tutto “Skeleton Tree” sembra attraversato da una lunga ombra elettrica che assume forme diverse: l’andamento ossessivo e cinematico di Jesus Alone, la frenesia free form di Anthrocene, le carezze della melodia in Girl in Amber, il rumore bianco controllato di sottofondo in Magneto, l’elegia cameristica di Distant Sky (cantata insieme alla soprano danese Else Torp). E alla fine, c’è posto anche per un po’ di quiete con la title-track, dove Cave sembra congedarsi con il cuore finalmente in pace. Intenso, doloroso e compassionevole, questo è “Skeleton Tree”: un album che va vissuto sulla propria pelle, sanguinando.

Nick Cave
Bon Iver – 22, A Million (Jagjaguwar, 2016)
Cinque anni sono passati dal suo ultimo album e per Bon Iver sembrano cambiate tante cose, o forse, alla fine, nessuna. Certo è che l’atteggiamento che ogni volta i suoi lavori hanno saputo stimolare ha assunto sfumature di volta in volta differenti, anche dalla natura ambigua, tipica di quando ci si trova di fronte ad un personaggio sfuggevole, poco incline alle luci della ribalta e dall’impulso a voler rimanere quasi nell’anonimato. “22, A Million” non farà eccezioni e a poca distanza dalla sua uscita ha già seminato dubbi, domande e perplessità lungo la sua strada. E questo non può che porre completamente a suo favore, sintomo di un lavoro stimolante e che non pretende di piacere per forza a tutti. Approcciarsi all’ascolto del disco è come aprire una piccola scatola di gioielli: si rimane pervasi dallo stupore iniziale e ci si perde nel suo prezioso contenuto. Man mano però che gli ascolti si ripetono e le canzoni inizieranno a sedimentarsi dentro di noi, tutta la bellezza e la profondità di “22, A Million” verrà a galla, regalando un senso di appagamento che trascende quello meramente sensoriale. Perché, nonostante le melodie vocali molto curate dal sapore indie pop, Vernon riesce a imbastire un discorso molto complesso fatto di ricami sonori, stratificazioni, intagli e arrangiamenti che giocano principalmente con l’elettronica, plasmandola in maniera molto personale. Nostalgia e malinconia spingono alla voglia di ritagliarsi uno spazio inviolabile, di elaborare un proprio linguaggio: in sostanza, di ritrovare sé stesso, allontanandosi e allontanando da sé il resto del mondo. Interpretando i simboli dei titoli delle canzoni, della copertina che mescola sacro e profano e la voce aliena di Vernon perennemente filtrata dal vocoder diventa un gioco e un viaggio insieme: un viaggio in quella terra gelata già conosciuta del Wisconsin ma che questa volta diventa più astratta e intangibile.

Nick Cave
Archive – The False Foundation (Dangervisit, 2016)
Se si potesse associare la musica contenuta in “The False Foundation” dei britannici Archive ad una serie tv, probabilmente uno dei titoli che potrebbero venir fuori sarebbe quello di Black Mirror (della quale è stata fra l’altro recentemente annunciata una seconda stagione). Il decimo disco del gruppo capitanato da Darius Keeler e Danny Griffiths rimanda, sin dalla copertina e nella sua atmosfera generale, alle trame distopiche, acide e disturbanti di quegli episodi e il video di Driving In Nails, rilasciato in anteprima, imbastiva una messa in scena futuristica, con il gruppo che ricordava dei Kraftwerk oscuri, circondati dal trionfo di pervasivi schermi digitali su una base musicale ossessiva e industrial. Ebbene: il cuore di “The False Foundation” si muove bene o male su queste coordinate stilistiche, andando ad aggiungere una nuova dimensione al classico mood malinconico e soffuso tipico degli Archive. Il trittico composto dalla già citata Driving In Nails, The Pull Out e The False Foundation dona dinamismo ed energia all’album fra echi di elettronica carica di sound anni ’80, industrial rock, Nine Inch Nails e Primal Scream. L’impronta fortemente melodica che da sempre accompagna gli inglesi è in ogni caso preponderante, assumendo forme downtempo come in Bright Lights, brano davvero di classe, o più liriche come in A Thousand Thoughts, ballata al piano attraversata da riverberi ed echi lontani. La parentesi quasi breakcore di Stay Tribal introduce al pezzo più particolare del disco, The Weight Of The World: un ibrido acido fra voci neo-soul e drum machine che suggella ancora una volta la capacità degli Archive di saper giocare coi generi, assomigliando a tanti e a nessuno nel giro di un solo album o di una sola canzone. Chi segue da tempo il gruppo rimarrà assolutamente soddisfatto, per gli altri potrebbe essere un’ottima scoperta.

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