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Ninni Bruschetta porta la sua Prova a Pisa [INTERVISTA]

Ninni Bruschetta, artista poliedrico e conosciuto soprattutto per il personaggio di Duccio in Boris, si confessa ai nostri microfoni in occasione della presentazione del suo film La Prova al cinema Arsenale di Pisa. Qui la nostra intervista.

Ninni Bruschetta

La Prova non è la solita performance teatrale registrata in presa diretta e destinata alle sale cinematografiche. È uno studio accurato, un abbraccio al teatro e una lettera d’amore alla potenza narrativa scaturente da un testo tradotto per il palcoscenico. Quando incontriamo il suo regista Ninni Bruschetta al cinema Arsenale di Pisa, i suoi occhi sono colmi di orgoglio; il suo è lo stesso sguardo di un padre che, dopo aver cresciuto con cura e passione il proprio figlio, riceve finalmente in cambio solo tanta soddisfazione. Il figlio di Ninni Bruschetta non è fatto di braccia e gambe, ma di 400 ore di girato e 16 microfoni; il suo cuore è rivestito di copioni e parole nate dalla fantasia di un certo William Shakespeare e passate alla storia con il titolo di Amleto. A dargli linfa vitale ci sono poi gli attori, Angelo Campolo, Giovanni Boncoddo e Maurizio Puglisi, ma soprattutto il montaggio attento e dinamico di Nello Grieco. Ma come è nato tale progetto? Ce lo racconta lo stesso Ninni nella nostra intervista.

 

ninniRadioeco: Ciao Ninni, ti troviamo qui al cinema Arsenale di Pisa per presentare La Prova, sorta di backstage dello spettacolo teatrale da te diretto, Amleto. Come è nato tale progetto?

Ninni: In realtà è esattamente il contrario di un backstage. Io e il mio montatore, che forse è bene considerarsi più un co-regista, lo chiamiamo “on-stage” perché è registrato “di livello”, proprio come un film. Quando misi in scena l’Amleto – opera di non facile realizzazione – ebbi la fortuna di essere il direttore di un teatro in Sicilia e decisi di sfruttare questa possibilità per portare in scena quest’opera, cosa che puoi fare solo se hai alle spalle un teatro importante e capace di contenere sia le dieci e più persone in scena, che le altrettante che si nascondono dietro le quinte. Prima ancora di iniziare le prove mi venne questa idea, direttamente derivante dalla mia esperienza e dai miei studi, gli stessi che mi hanno portato a credere che vi siano delle scritture da ritenersi “sacre”. Amleto (come poi tutti i testi di Shakespeare) è matematicamente perfetto. Se ti capita poi un funzionario pubblico come Nino Saìa che è un genio, allora la tua idea di registrare ogni singola prova senza edizione spazio-temporale e con un budget di 80 mila euro (anche se inizialmente avevo proposto 35 mila) diviene realtà. Alla fine abbiamo girato 400 ore di materiale e devo dire che sono stato fortunato di avere avuto una segretaria di direzione fantastica, che ha fatto miracoli perché per un ammontare di ore come il nostro ti ci vogliono almeno 2 anni per revisionarlo tutto. Da queste 400 ore abbiamo montato tutto lo spettacolo che durava inizialmente due ore e 45 minuti. Non è stata tanto questo a spingerci a tagliare ulteriormente (anche perché al cinema è una durata abbordabilissima), quanto il fatto di aver scoperto un ulteriore fattore letterario e tecnico che ci ha portato a riflettere: dato che Shakespeare lavorava al Globe e disponeva di simboli più che scene (un po’ come avviene con il teatro contemporaneo) alcune scene risultavano del tutto funzionali, servivano cioè per preparare delle situazioni che lo sguardo cinematografico ti rende inutili. E così siamo arrivati a 83 minuti di film. In realtà quello che tu vedi è Amleto, solo che senti – e questo lo hanno detto i critici, come Mario Sesti, che forse è stato il più puntuale su questo – non c’è una battuta che non sia di Amleto ma tu vedi chiaramenti le prove e non lo spettacolo.

R: Ho letto che sei stato il direttore del teatro di Messina, ma anche un avvocato mancato. Dall’alto di queste due figure, come descriveresti la situazione del teatro oggi in Italia?

N: Beh direi pessima. I teatri stabili sono ad esempio regolati da una legge veramente mal scritta, e ve lo dice uno che con i teatri stabili ci lavora (sono reduce da uno spettacolo allo stabile di Forlì), e che quindi non sta di certo dalla parte di quelli che “rosicano”. Il problema è che i teatri stabili crano una sorta di rete “illecita” perché si scambiano gli spettacoli tra di loro, uccidendo così tutto quello che c’è fuori, che è il vero teatro. Poi usciamo una terribile gestione del Ministero della cultura e dello spettacolo piena di ingerenze nelle scelte.

NinniR: Forse non tutti lo sanno, ma vanti una carriera variegata che spazia dal teatro, alla TV, al cinema. Ciò che salta però agli occhi è che quelli da te rivestiti sono perlopiù ruoli secondari (il che non vuol dire poco rilevanti). Esiste un personaggio, magari primario, che ti piacerebbe interpretare e che muori dalla voglia di fare?

N: No guarda, vengo giusto dalla presentazione di un libro che ho scritto l’anno scorso che si intitola “Manuale di sopravvivenza dell’attore non protagonista” (distribuito da Fazi Editore, nda) e nel quale a un certo punto affermo che “finalmente ho imparato che il destino non è ciò che deve accadere, o che vorresti che accada, ma è ciò che accada.

R: Rimanendo in tema carriera, leggendo i commenti a questo stesso evento, la battuta più gettonata è “minchia ragazzi c’è Duccio a Pisa!”. Quanto è ingombrante il peso di un personaggio come Duccio?

N: (ride, nda) Guarda non è ingombrante, anche perché c’è una curiosa coincidenza, che io non racconto mai, e che vede la persona più drogata che io abbia mai conosciuto, e che è ora un mio caro amico, chiamarsi proprio Duccio. Sempre in questo libro racconto che quando c’è stata un’ovazione al nome di Duccio durante la presentazione della terza stagione al Palladium a Roma, io mi girai verso Giacomo Salvati e gli dissi “ma secondo te questi sono veramente dei miei fan, o sono semplicemente dei cocainomani?”. Ti rimane dopotutto sempre questo dubbio se la gente adorava Duccio per ciò che rappresentava o perché era un drogato. Cio non toglie che rimane un personaggio straordinario dentro una serie perfetta, scritta da tre geni (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo, nda.) con cui ho avuto la fortuna di fare La Linea Verticale recentemente. È il personaggio del mio cuore e quello che mi ha dato di più professionalmente parlando.

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Ringrazio Ninni. La mascella ancora tutta indolenzita per il troppo ridere. Gli chiedo un ultimo saluto a Radioeco, magari alla mò di Duccio. “Ma Duccio – tralasciando il fatto che starebbe di là a pensare ora – non saluterebbe mai una radio; sarebbe qualcosa che non concepirebbe per via del suo lavoro”. Ed è in quel momento che capisci quanta passione scorre in Ninni Bruschetta. Un uomo devoto al suo lavoro, pronto a immergersi in un nuovo progetto e viverlo in toto. Con maestria riesce a passare da una regia teatrale, a un direttore della fotografia cocainomane, carpendone ogni volta segreti e misteri. La cosa sorprendente, e La Prova ne è la prova, è che tutto ciò che apprende lo riesce a donare al proprio pubblico. E in quel caso il mondo che ci propone lo “apre davvero tutto”.

Per i più curiosi, qui l’intervista audio completa:

E ora, coffee break signori. 

Elisa Torsiello per Radioeco

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