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Non temete per i giovani – Recensione del libro di Calabresi

Non temete per i giovani – Recensione del libro di Calabresi. La nostra su questo ultimo gioiellino della letteratura italiana.

Ancora una volta Mario Calabresi ci fa entrare dentro le vicende di chi ce l’ha fatta, nonostante i contro fossero più dei pro. Ci aveva già raccontato le storie degli americani che si erano rialzati in piedi dopo essere stati messi in ginocchio dalla crisi economica scoppiata nel 2008 (La fortuna non esiste) e di chi ha tenuto accesa la luce della speranza in mezzo alle tenebre dello sconforto collettivo (Cosa tiene accese le stelle). In questo libro rovista fra i cassetti della memoria sua famiglia e, ripercorrendo i ricordi e indagando, riporta alla luce una storia di 40 anni fa.

Il titolo Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa è preso da una frase che sua zia Mirella scrive ai suoi parenti per rassicurarli della scelta che lei e Gigi, il futuro marito, hanno preso: andare in Uganda subito dopo il matrimonio e aprire a Matany un ospedale.

La copertina del libro edito da Mondadori

La copertina del libro edito da Mondadori

Quello che questi due giovani medici non ancora trentenni hanno intenzione di costruire è una vera e propria cattedrale nel deserto. Matany è circondato dal nulla, i popoli dei vari villaggi sono diffidenti di fronte alla medicina occidentale, non ci sono altri medici o infermieri in loco e bisogna portare lì tutto l’occorrente per medicazioni e operazioni.

La loro è la lista nozze più insolita che sia mai stata compilata: niente porcellane e argento; bensì lettini, lampada operatoria e attrezzi per la chirurgia. Lui è un ginecologo, lei una pediatra. Cominceranno con un reparto maternità e finiranno per ospitare anche gli uomini e i bambini, riempiendo ogni centimetro quadro della struttura.

Una scelta coraggiosa e ardita, che troverà più scoraggiamento che entusiasmo. Sono gli anni ’70 e i giovani italiani progettano il proprio futuro al massimo in un’altra regione ma sempre nella stessa nazione. Chi valica i confini è spinto dalla fame nera e non vede altra soluzione.

Perché andar via quando a casa propria si ha la strada spianata? La risposta la dà il padre di Mirella “non è scritto da nessuna parte che nella vita si deve scegliere la via più facile o la meno rischiosa, basta esserne coscienti.”

E poi, come afferma una specializzanda in chirurgia arrivata un anno fa a Matany: “[esiste] quel concetto magnifico sul talento che va moltiplicato e non nascosto sotto terra.”

Mario Calabresi si oppone al giornalismo che racconta soltanto storie negative ed è uno dei pochi giornalisti italiani che porta avanti il concetto di “constructive journalism”, perché convinto che lo slancio possa essere dato dalla positività e dalla fiducia in se stessi.

Forza e perseveranza vanno a braccetto con industria, per dirla come Boccaccio, e intuito.

Una storia assai curiosa è quella di Aldo, giovane piemontese di 30 anni che si è fermato alla terza media e che era destinato a un futuro da gommista. Non ci sarebbe stato nulla di male, se solo Aldo non fosse più avanti di testa che di mani.

La sua famiglia era da generazioni proprietaria di un mulino, che rischiava di chiudere di fronte all’offerta impareggiabile dei mulini industriali. Ma Aldo non vuole arrendersi e investe nel proprio mulino affinché torni quello di un tempo, cioè con le macine a pietra. Comincia con le coltivazioni biologiche e arriva a fornire le cose più insolite, come la farina di semi di carrube. Intuisce che il segreto sta nel web, così lo “studia” ogni giorno per conoscere i bisogni dei propri clienti, soddisfarli e possibilmente anticiparli.

La sua storia è singolare, ma ne esistono tante altre che meritano di essere  lette e diffuse. Per dare speranza, affinché qualcuno si armi di coraggio e trovi il proprio posto nel mondo. Può darsi che questo luogo sia la propria casa o un altro continente.

Calabresi raccoglie quelle in cui si imbatte e ce le offre narrandole con semplicità, senza manipolarle, lasciando parlare i protagonisti e la loro tenacia. Una fermezza che spero manterremo anche noi, generazione senza pensione e dall’incerto futuro, per non lasciare che la crisi economica ed esistenziale si amplifichi fino a farci temere per la nostra vita.

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