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Offset fest2018 preview: Pilia+Pupillo◉╋◑ e Sax Ruins at Lumiere Pisa.

Con Radioeco siamo andati alla preview dell’Offsetfest2018, che ha portato sul palco del Lumière due set estremi e rappresentativi tra le produzioni musicali di ricerca nell’odierno panorama musicale d’avanguardia, ovvero l’elettronica filtrata di Pilia+Pupillo◉╋◑ e il jazzcore progressivo del duo giapponese SAX RUINS.

offset

Il festival biennale prodotto dall’italiana Offset Records, etichetta attiva dal 2010 vera fucina ricerca e sperimentazione che conta produzioni quali EVOL/VE (F.M. Einheit degli Einstürzende Neubauten con Massimo Pupillo degli ZU), ZEUS!, Fuzz Orchestra, Paolo Angeli, Bologna Violenta e In Zaire (per citarne solo alcune), si è presentato quest’anno con un edizione prewiev al Lumiere di Pisa, confermandosi un punto di riferimento per la musica “altra”in Italia.

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Ad aprire la serata, due pesi massimi della sperimentazione italiana: Stefano Pilia e Massimo Pupillo, già insieme in diversi tour degli ZU e Zu93 assieme David Tibet, che questa volta cambiano pelle e ci inabissano in esplorazioni elettroniche. I due uniscono basso e chitarra in una trasmutazione alchemica per creare Pilia+Pupillo ◉╋◑, progetto con all’attivo due album usciti quest’anno: Kenosis e Dark Night Mother (prodotti da Offset Records/SOAVE Records e la belga Consouling Sound). I lavori vedono i due eclettici musicisti allontanarsi dal loro abituale processo di composizione e dal convenzionale uso dei propri strumenti, per spingersi verso un suono solo apparentemente elettronico: basso e chitarra sono utilizzati come sorgente sonora per poi esser “filtrati” analogicamente, in una successiva rielaborazione elettronica. Tra gli elementi ispiratori citano il Sutra del Diamante, le lezioni di meditazione di Joseph Goldstein, il metodo armonico di Arvo Part e Roberto Musci, i campanili e i suoni degli uccelli nei campi attorno allo studio bolognese, e i disegni del Libro Rosso di Jung, aperto ogni giorno ad una pagina diversa e lasciato davanti al mixer. Dunque, una ricerca che abbraccia la psicologia, storia delle religioni, filosofia, teologia, mitologia e sicuramente molto altro ancora. Ne fuoriescono dei brani carichi di misticismo che sfuggono alle logiche narrative e descrittive ordinarie e immergono l’ascoltatore in una dimensione d’ascolto solenne e sacrale, di rumorismo trascendentale.

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Iniziano con la suite ‘Credo Quia Absurdum’ (prima lunga traccia di Kenosis) e procedono per circa 40 min a far vibrare il pavimento del Lumiere, e noi insieme. Paesaggi dell’anima vengono resi attraverso scuri e potenti droni, campionamenti vocali diventano mantra che riecheggiano in testa, rumori graffianti e scariche sintetiche si infiltrano come spiragli di luce in una maestosa cattedrale sonora dark-ambient.

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Il pubblico rimane in religioso silenzio, si stringe curioso sempre più vicino al “tavolo di laboratorio”, quasi volesse provare a svelare i misteri e i segreti che avvolgono la strumentazione, illuminata solo da una piccola abat-jour.

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Pilia e Pupillo vanno alla ricerca della spiritualità del suono e creano una nuova grammatica drone/dark-ambient allo stesso tempo imponente e minimale, malinconicamente visionaria e delicatamente apocalittica. Un suono allucinatorio e ipnotico che si fa “vuoto” e compie la kenosis (dal greco, svuotare) per poi riempirci, passare attraverso di noi, che tuona e vibra nelle nostre viscere fino a condurci a stati altri di coscienza e una sublimazione psichica.

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Salgono poi sul palco i Sax Ruins che ci travolgono con una performance fortemente espressiva ma non sempre di facile ascolto, un assalto sonico ai nostri sensi perpetrato dall’ancia dell’alt-sax di Ryoko Ono e dal pedale e rullante di Tatsuya Yoshida, due dei più innovativi musicisti/compositori/improvvisatori della scena musicale avant-garde giapponese.

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Il duo, schieratosi uno di fronte all’altro e dopo qualche iniziale esitazione, ci propone una selezione di brani da Yawiquo (2009), album pubblicato per laIpecacdi Mike Patton, e Brimmguass(2014) sull’altrettanto storica etichetta statunitense Skin Graft. I due lavori presentano pochi inediti e essenzialmente attingono al repertorio dei Ruins, che viene destrutturato e ricostruito per includere il sax di Ryoko, al posto del basso di Kazuyoshi Kimoto; molte le tracks da Pallaschtom (Sonore, 2000) e Tzomborgha (sempre Ipecac, 2002) e non mancano ripescaggi più vecchi come i classici assoluti Hyderomastgroningem (dal disco omonimo, 1995) e Snare (Vrresto, Magaibutsu, 1998).

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Circa 30 minuti abbondanti di onde sonore che si infrangono violentemente sui timpani. Un suono pantagruelico che riecheggia della follia grind-core/jazz dei Naked City di John Zorn (che non a caso ha prodotto i Ruins e suonato con Yoshida nei Painkiller), del virtuosismo prog anni ’70 dei King Crimson, del geniale marasma sonoro di Captain Beefheart, e degli urli lanciati in una lingua del tutto inventata à la Christian Vander dei Magma.

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Gli sperimentalismi percussionistici di Yoshida, batterista tentacolare e soprannaturale, e il dinamismo di Ryoko, fiatista dal talento multiforme, vengono condensati in fantasie compositive stravaganti, che lasciano il pubblico piacevolmente sorpreso: qualcuno sorride stupito, molti iniziano a oscillare travolti dal ritmo. I suoni potenti e contorti del sax duettano con i fragorosi rintocchi di percussioni, in uno spettacolare collage di suoni che vede avvicendarsi arresti improvvisi, spiazzanti cambi di ritmo, melodie tortuose e progressioni inarrestabili.

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Un lavoro incredibilmente complesso che risulta allo stesso tempo traboccante di pura musicalità e impenetrabilità, sorprendentemente divertente ma che non lascia tregua, non esiste un terreno stabile su cui riprendere fiato e rilassarsi, è un suono spinto all’estremo per velocità e volume, è un susseguirsi di composizioni esplosive, che barcollano dappertutto e si spostano da un ritmo all’altro, dall’eleganza del free jazz, alla potenza del math-rock a suoni più volenti noise e skronk.

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Composizioni aliene dalle derive stranianti in cui prevale la sperimentazione, ma solo apparentemente dominate dal caos e dall’eccesso: la batteria di Tatsuya Yoshida è precisissima e martellante, con ritmiche serrate e inarrestabili, le bacchette picchiano le pelli in una poliritmica sincopata rapida e furiosa ma senza mai sbavare.

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Grazie all’utilizzo intensivo della respirazione circolare, il sax di Ryoko Ono suona ininterrottamente con grande versatilità ed espressività, spaziando da un registro rotondo e pastoso a uno più stridente, dal sapore aspro e metallico, ora sferrandoci agguati con suoni primitivi e aggressivi, ora catapultandoci in melodie calde e dolci. Il tutto avviene mantenendo una straordinaria coesione: i due musicisti combinano in una sinergia estatica i loro talenti e i loro strumenti, esprimendosi ad altissimi livelli tecnici in un dialogo continuo.

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Due esibizioni dallo stile fuori dagli schemi e con una personalità unica, dal forte impatto emotivo e sonoro, dai suoni impetuosi e anarchici, che con le loro molteplici sfumature e infiniti dettagli sono estremamente stimolanti per orecchie e che liberano la parte irrazionale del cervello.

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L’appuntamento con l’Offset2018 continua a Torino al Magazzino Sul Po il 24 Novembre con gli ARTO (nuovo progetto del bassista dei CALIBRO 35/ZEUS, del batterista de IOSONOUNCANE e di due chitarre dei RONIN e Settlefish), i Barberos, trio di Liverpool che propone una miscela di electro, noise e math (dresscode: tuttine di lyrca) e Martin Bisi, personaggio che ha avuto il potere di leggere dentro la scena underground newyorkese e ditirarne fuori il suono spaziando dalla no wave all’hip-hop; Martin Bisi ripercorrerà la storia del suo studio di registrazione attraversoBC35, la compilation pubblicata il 20 aprile 2018 dall’italiana Bronson Recordings in occasione dei 35 anni dei mitologici BC Studios in Gowanus di Brooklyn. Imperdibile!

Marta Cardilli per RadioEco

 

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