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Omaggio ad Elena Salibra

SALIBRA

 

Morte villana, di pietà nemica,/…./distrutta hai l’amorosa leggiadria.
(Vita Nuova VIII 8-11; Rime VII. vv1 e 16)

Rubo due versi del sommo poeta come omaggio, nel primo anniversario della sua scomparsa, al sorriso e alla grazia di Elena Salibra, poeta, insigne docente di Letteratura italiana contemporanea all’università di Pisa e, per me, anche preziosa amica. Segno di stima e di affetto nei miei confronti la sua presenza alla mia cerimonia di laurea, in cui già allora, a mia insaputa, era impegnata in un’ultima battaglia. Ci vediamo presto, il mio saluto, e non sapevo ch’era un’involontaria bugia. A distanza di appena quattro settimane, nella penombra di una chiesa profumata d’incenso, indistinto tra mille, le ho porto l’estremo saluto ma non il limite del mio affetto. Molti fra coloro che leggeranno queste righe hanno avuto l’opportunità di apprezzare Elena Salibra come docente, non tutti, forse, come poeta, non tutti quanto me che al riparo della sua fiducia sono maturato e ho ripreso quel piacere di vivere in parte disperso nel mio labirintico e avventuroso percorso; con lei, siciliana, ho condiviso non solo l’amore per la poesia ma anche l’affetto infinito e tormentato nei confronti della propria terra.

Amabile, ironica, innamorata della parola quanto della vita, forte a dispetto dell’esile figura, la ritroverete così nei suoi versi offerti al mondo con grande umiltà, senza maiuscole. Cinque le raccolte poetiche: Vers.es, Diabasis, Reggio Emilia 2004; Sulla via di Genoard, Manni, San Cesario di Lecce 2007; Il Martirio di Ortigia, Manni, San Cesario di Lecce 2009; La Svista, A&B Editrice, Catania 2011; NORDICHE, Stampa, Azzate (VA) 2014.

I ricordi dell’infanzia, della giovinezza, il passaggio all’età matura e quello attraverso l’esperienza amara della malattia snodano sulla pagina con riflessiva levità, il viaggio della vita, la sua, raccontato senza facili cedimenti a superflui rimpianti o ad una nociva autocommiserazione. “La poesia”, soleva dire, “è ricerca faticosa e paziente della parola, quella giusta”. Questa ricerca è più evidente nella prima raccolta, più fluida nello svolgersi delle successive fino ad arrivare, come afferma Marco Santagata, ad “Una sintassi calma e distesa, una tramatura che occulta la ricca tastiera fonica soggiacente, […] una lingua che riesce nella difficile impresa di evitare ogni connotazione colta e di non scadere nel quotidiano…” (Postfazione a La Svista), un modo di fare poesia che spesso impegna anche la vista per la non casuale disposizione del verso sulla pagina.
Difficile una scelta di componimenti da proporvi, il mio è un invito a leggere tutte le raccolte, ma due versi, profondi nella loro semplicità, non possono mancare:

poesia

 

GRAZIE PROF!
Giacomo De Nuccio

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