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Orsorosso racconta: La Grande Bellezza – [Recensione]

La grande bellezza di Paolo Sorrentino

Cominciamo dal film così com’è scritto. L’inizio della sceneggiatura scritta da Paolo Sorrentino e Umberto Contarello, dalla Parte 1 pubblicata da Repubblica.it recita: 

Un giapponese sulla cinquantina si stacca dal gruppo.Richiamato da qualcosa di più interessante, si allontana. Attraversa la strada lentamente si avvia verso la balaustra che dà sulla città. [...] Il giapponese arriva al parapetto e noi con lui, rivelandoci come in un sogno vero, di sotto, in tutta la sua straripante bellezza: Roma. Il sole la bagna. La musica sacra, al suo apice di commozione, accarezza la città più bella del mondo.Il giapponese, di fronte a questo panorama straordinario, ha gli occhi illuminati dalla gioia della bellezza. Afferra la sua Canon ultra tecnologica e prende a scattare come un forsennato.

Ma poi si ferma, lascia cadere la Canon che gli pende come un diapason sulla pancia.
Si porta una mano al petto. Suda e sbianca. Sposta la mano sotto l’ascella. Gli occhi se ne vanno all’insù. Si chiama infarto. Cade a terra. Davanti a Roma.

Il film comincia avvolto in un coro di musica sacra proveniente dalla chiesa del Gianicolo. Fuori c’è il cielo sereno di prima mattina, un turista giapponese muore d’infarto fotografando il panorama di Roma. La Grande Bellezza che Sorrentino vuol renderci chiara si manifesta sin dall’inizio del film. E’ quella che ammalia il turista fino ad ucciderlo, un “vedi Roma e poi muori”, perché altra bellezza simile al mondo non c’è.
Il passaggio dal giorno alla notte è immediato: in cima a un palazzo si festeggiano i 65 anni di Jap Gambardella/Toni Servillo. E’ uno scrittore, diventato popolare con un suo romanzo scritto molti anni prima, ma finito poi a non pubblicare più nulla, diventando un giornalista dedito a stranezze artistiche, curiosi fatti di cronaca e personaggi singolari. Eleganti promiscuità di ogni tipo e di tutte le età, cocktail e sudore ai piedi delle cubiste che si scuotono al ritmo discotecaro del remix di Bob Sinclair della hit di Raffaella Carrà. Non c’è nessuno durante la festa che non urli A far l’amore comincia tu: da Lorena/Serena Grandi che esce straripante dalla torta, a Toni Servillo che guarda verso l’alto, tra la folla che si dimena, mentre la scritta del titolo del film – La Grande Bellezza – compare venendo fuori dal panorama notturno di Roma, dalle sue luci della notte brandizzate Martini.

Il contrasto giorno/notte è quello che segna il film, la città in cui è ambientata ed il suo protagonista che va a letto quando tutti gli altri si svegliano. Una descrizione della solitudine di personaggi che guardano dall’alto il traffico e la sofferenza della metropoli, e ne sono distanti, immersi nell’eccesso del bello: quella continua leggerezza esteriore fatta di cene sui terrazzi e fragili certezze, pronte a crollare appena si fa i conti con se stessi.

La regia di Paolo Sorrentino non lascia nulla al caso e segue il punto di vista dei personaggi, la fotografia e i suoni avvolgono lo spettatore che si lascia trasportare dal vero talento dell’autore del film, la scrittura. La scelta delle citazioni (si rifà vivo Cèline, come ne Le conseguenze dell’amore) e delle parole, i dialoghi serrati e spesso molto divertenti, frasi su cui riflettere che sono figlie dell’analisi dei nostri tempi, come per molti aspetti era visibile in This Must Be The Place. La frase di Sean Penn al tatuatore – Ci hai fatto caso che ormai più nessuno lavora e che tutti invece fanno qualcosa di artistico? – asseconda la riluttanza del regista verso l’autoreferenzialità, che si rifà viva quando Jep/Tony Servillo risponde a Romano/Carlo Verdone e alla sua richiesta di dedicargli un libro/intervista – Ormai siamo un popolo di intervistati, ma non li senti? “Come dico sempre, come dico sempre”. Come dico sempre a chi? Lascia stare…

La Grande Bellezza continua la voglia di Paolo Sorrentino di andare incontro agli angoli nascosti delle nostre paure. La paura del diverso, la paura del passato e del tempo che ci viene concesso. Inutile parlare della bravura degli attori, Toni Servillo riprende a tratti il Ferdinando della Trilogia della Villeggiatura di Goldoni che ha portato nei teatri,  con il suo stare sdraiato accavallando i piedi, con l’ozio consapevole di chi fa ginnastica sollevando il cappello. Carlo Verdone fa una parte importante del film e la gestisce con sapienza, ma la maniera in cui Sabrina Ferilli vada oltre se stessa è evidente e sorprendente. Mi piace ricordare anche Carlo Buccirosso, il ricco e divertente produttore di giocattoli, protagonista di dialoghi esilaranti. Ma tutto il cast, come ogni parte presa singolarmente, ha un ruolo importante nel disegno complessivo del film.

Piccola nota finale. Jep/Toni Servillo entra in un bar per andare in bagno. L’uomo alla cassa alza il volume della vecchia radio che ha vicino, da cui esce gracchiante la canzone che diventa nitidamente il sottofondo della scena. E’ la bellissima “Everything Trying” di Damien Jurado. Chissà se nulla è lasciato al caso. Traduco personalmente il testo dall’inglese.

 Vorrei chiamarti ora per dirti che ti sto pensando,

ma soffro mentre il telefono mi annebbia la vista

e vorrei navigare, ritornando verso te. [...]

Vorrei tornare ed ammettere che non era colpa tua

Ma sono stanco e non ho voglia di essere l’unico ad aver torto

e vorrei navigare, ritornando verso te.

Nel film c’è un mare e c’è un posto dove ritornare. Ma andare ad inoltrarsi nei collegamenti è una tentazione troppo forte. Forse è meglio fermarsi qui.

Io non credo ci siano film belli e film brutti, credo ci siano film che valga o non valga la pena vedere. I film di Sorrentino non fanno parte del secondo gruppo, La Grande Bellezza è l’ennesima prova che non ne farà parte mai. Una buona visione a tutti.

 

Maurizio Orsorosso Amendola

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