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Pam di Alberto Lettieri: Ho scritto il libro che non volevo leggere

Alberto LettieriGiovani scrittori emergenti al Pisa Book Festival, oggi parla Alberto Lettieri e ci racconta del suo romanzo di esordio, Pam (2013, Nativi Digitali Edizioni).

Come la ginestra
nata sulla pietra lavica
mi vedo lottare
come mosca nel bicchiere
eppure Dio, lo lascio fare

Baustelle, La morte (non esiste più)

Ricordo il momento esatto in cui ho conosciuto Alberto Lettieri. Era una serata tipicamente adolescenziale, tipicamente romana. La serata in cui con la tua pseudo-band – che tu reputi fighissima, ma in realtà il risultato delle vostre incisioni è a metà tra il lamento di un gatto bagnato e un attacco fulminante di ulcera  ti ritrovi a suonare in un ristorante per famiglie del litorale romano. Eravamo tutti rivestiti di un entusiasmo che puoi portarti dietro senza vergogna solo a sedici anni. Poi, non so bene né perché né percome, quella gioia, quella possibilità seppur rivestita di pessimismo e cinismo da supermercato è scomparsa con gli anni e così ci siamo persi di vista io e Alberto.

Perdersi di vista negli anni Duemila non è mai perdersi davvero, grazie o a causa dei vari social network. Rincontrandoci, scontrandoci fino all’anno scorso. 2013. L’anno in cui Alberto ha fatto qualcosa che io, che voi, che milioni di persone rimandano fino a dimenticarsene. Alberto ha scritto un libro.

Così nasce Pam.

30 lettere ammassate una sopra l’altra, accartocciate in un armadio a due ante di colore grigio veleno.

Il modo più diretto per rendersi ridicoli.

Il modo più diretto per aprirsi alla morte.

Destinazione Pam.

copertinaPam800x600Questo è l’incipit del romanzo d’esordio di Alberto Lettieri, una storia (senza spoiler, don’t worry!) di amore adolescenziale e della distruzione che comporta il primo grande amore. Eppure, questo articolo non è una recensione. Non è pubblicità (anche se vi dico, leggetelo, non sono nemmeno 3 euri sul Playstore, usiamo bene questa tecnologia, suvvia). È una chiacchierata su Skype fatta di ammirazione (mia) per qualcuno che non ha rimandato. E sono le critiche, il rancore, il dolore che Alberto dedica alla sua stessa storia, al suo stesso luogo di nascita.

Dunque, la domanda che forse mi premeva di più era il tuo rapporto in merito a questo tuo romanzo d’esordio. Nel senso, lo consideri un romanzo di formazione?

Avevo scritto qualcosa prima ma quello che avevo scritto era molto, molto peggio. Questo libro può essere considerato un romanzo di formazione nel senso che l’ho intrapreso inizialmente come uno sfogo. Poi mi sono detto: «Dai proviamoci, tanto vale a questo punto trasformare questo sfogo e avere un prodotto in mano, buttare tutto quello che c’è dentro in un libro». Ma avrò sempre un romanzo di formazione, ecco non credo nell’ultimo romanzo, quello che ti soddisfa appieno, mai, nemmeno tra vent’anni.

Penso che questo libro sia molto, molto più complicato di quello che sembri e di quello che voglia sembrare, che tu voglia far sembrare. C’è un elemento imprescindibile dell’universo Pam, che è quello di essere stato un adolescente a Roma. Vi è una sorta di esperienza comune, di insieme chiuso.

Sì, sì è vero. Un adolescente che scrive di un adolescente può essere capito, può essere compreso. Un cinquantenne che scrive di qualcosa che ha fatto senza dubbio parte di sé stesso, ma lo ricorda scrivendolo, quindi anche volendo rappresentare qualcosa di te, è comunque da considerare una distanza emotiva, emozionale. Si rischia di cadere nello stereotipo. Ecco, noi adolescenti a Roma siamo tutti stereotipi e un Moccia che scrive di adolescenti mi infastidisce perché scrive adolescenze che non esistono più e le esporta ai giorni d’oggi.

Il rispecchiamento della nostra generazione nella generazione di Moccia è possibile?

Io vedo veramente tanta gente rispecchiarsi nel qualunquismo, non capisco perché. Sono stato accostato a Fabio Volo e Moccia perché effettivamente si tratta sempre di qualcuno che ricorda un’età passata.

Ecco, appunto. Vi è nel libro un ricorrente mettere le mani avanti, un perenne giustificarsi, un chiedere di non essere accostato ad altri scrittori. Ma non si scrive un libro per giustificarsi… o no?

Principalmente credo che il libro stesso sia una giustificazione, ovviamente non in campo di parallelismi letterari, ma nel campo di cui parlo, l’Amore, la Vita, la Morte. Non ho detto che questa è la vera e totale versione dei fatti, ho preferito dire “questa è la mia versione”, non è giusta, non è vera, a prescindere da tutto sono distante dagli altri che l’hanno già raccontata.

Dunque, romanzo di formazione e al contempo non romanzo di formazione. Qual è la formazione letteraria di Alberto Lettieri? Quanto è importante per un giovane scrittore avere una solida coscienza letteraria? So che adori alla follia Chuck Palahniuk…

Me lo dicono tutti. Non so se è male o bene. Ma io ho letto tutto Palahniuk e ho scritto Pam come l’avrei voluto leggere da lui. La critica me l’ha ripetuto spesso, ed è vero, è un tipo di scrittura che puoi amare o no. Molta punteggiatura fissa, a volte pesante, soprattutto quando si entra nel vivo della narrazione. Ecco, io non ho scritto il libro che avrei voluto leggere.

Modestia, autocritica fuori controllo?

No, questa è la verità. Quando ho presentato il libro alla Nativi Digitali quello che pensavo era “Cavolo, questo lo devo cambiare” e tutti mi fermavano dicendo che prima o poi bisogna smettere di correggere gli errori, la trama.

Penso che questo libro sia su più livelli. La storia, innanzitutto. Poi vi sono tantissimi livelli, non gerarchizzati, che si intercambiano tra loro. Fino al fondo, che a mio parere è la perdita dell’innocenza, che mi ha ricordato tantissimo L’età dell’innocenza della Wharton, naturalmente non a livello di trama ma come percorso di perdita di qualcosa che ti lega più all’infanzia che all’età adulta.

Sì, al mio personaggio arriva questo tuono, che è Pam. Nel libro porto l’esempio di un palazzo da te costruito che sta per crollare e quando lo stai per costruire di nuovo ti distruggono nuovamente le fondamenta. E’ una doppia distruzione e non ce la fai, ti buttano a terra sette volte e te ne dovresti alzare otto, provi a combattere in maniera diversa, a strisciare, ti ritrovi a vivere alienato perché pensi che quello sia l’unico modo per cui vivere. Sai che esiste una soluzione, ma non sai qual è.

Un’altra cosa che mi è molto piaciuta è la struttura, ovvero le lettere…

Il fatto è che quelle lettere sono esistite, ora non esistono più, nella realtà sono andate bruciate. Perché nella realtà nessuno vuole sentire questa storia. Allora ho pensato “la riscrivo, attraverso trenta lettere”.

Esiste Pam allora, da qualche parte del mondo…

Eccome, è stata la prima querela che mi è arrivata. Ma non ci sono nomi, non c’è nulla, non c’è una base alla quale lei può appellarsi. È un comportamento folle, è Pam.

D’accordo cambiamo discorso. Parliamo di musica: la musica che è nel libro da dove proviene? Hai mai pensato di allegare una sorta di playlist ad una futura versione cartacea del libro?

Sì, assolutamente si. Nell’era di Spotify ho anche creato la playlist di Pam. Quando un personaggio ascolta una canzone davvero in quel momento quella canzone c’era. Mentre le frasi di canzoni inserite nel libro sono quelle che ascoltavo, uno su tutti Jeff Buckley.

Domandone finale: quanta paura hai di risultare mediocre?

Tanta, tantissima. Essendo un primo romanzo, mi sento giudicato, mi sento una spanna sotto tutti questi occhi che leggono, che mi leggono. Non sei uno scrittore, non hai riscontro, non sei uno scrittore, è il tuo primo libro. Tutti i giorni ho paura, cerco la verità, chiedo pareri. Pam è un libro ma non è IL libro.

Un’ottima pubblicità devo dire. E per te qual è IL libro?

Autori che non sono io. Douglas Adams, anzi non è nemmeno UN libro sono cinque e fanno UN libro. Pam è un libro nato dal mio bisogno, stavo male, la notte scrivevo e stavo male nel ricordare, nello sputare quello che avevo dentro.

Scrittura come terapia, dunque, funziona?

Funziona alla grande. Poi stai bene.

Irene Coluccia

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