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Paolo Spaccamonti & Ramon Moro sonorizzano Vampyr di Dreyer al cinema Lumiere.

Vampyr, capolavoro horror del’32, si trasforma in un’esperienza visiva e sonora grazie alla chitarra di Spaccamonti e gli ottoni di Ramon Moro.

Imagine that we are sitting in a very ordinary room. Suddenly we are told that there is a corpse behind the door. Instantly, the room we are sitting in is completely altered. Everything in it has taken on another look. The light, the atmosphere have changed, though they are physically the same. This is because we have changed and the objects are as we conceive them. This is the effect I wanted to produce in Vampyr. (Georges Sadoul, Dictionary of Films, 1972)

Questa l’intenzione del regista danese Carl Theodor Dreyer quando nel 1932 gira Vampry – Il Vampiro. Tra i film preferiti di Louis Buñuel, descritto da Alfred Hitchcock come ‘The only film worth watching… twice’, e fonte di ispirazione di Lars von Trier per il nuovo The House That Jack Built, Vampyr si è guadagnato nel tempo un posto importante nella storia del Cinema, non solo di genere horror. All’epoca dell’uscita il film fu costretto alla censura e ottenne scarso successo di critica e pubblico, tanto che il regista – già reduce dall’insuccesso commerciare de La passione di Giovanna d’Arco (1928) – ebbe un esaurimento nervoso e dovette affrontare un periodo di grave depressione. A distanza di più di ottant’anni, Vampyr è diventato una sorta di culto della Settima Arte e conserva immutato tutto il suo fascino sinistro e visionario, impreziosito ieri sera dalla sonorizzazione ad opera di Paolo Spaccamonti, alla chitatta e synth e Ramon Moro, tromba, flicorno e pedaliera di effetti.

Vampyr

Non credo di esagerare affermando che i due sono tra i più talentuosi e originali musicisti del panorama underground italiano. Artisti dal temperamento eclettico, curioso e versatile, che coniugano impeccabile perizia tecnica e raffinata creatività sperimentale. Entrambi vantano un eccellente curriculum in cui alla propria attività solista affiancano collaborazioni di prestigio.

Ramon Moro è un trombettista decisamente singolare, con un’impronta stilistica di confine, dal suono visionario e immaginifico. Lavora in ambiti jazzistici, sperimentazioni elettroniche, spaziando dal progressive rock, alla musica leggera fino fino black metal. Attivo con la formazione jazz 3quietmen (con Federico Marchesano e Dario Bruna), con il duo BETRUMPET (con Giorgio Li Calzi) e in veste di oscuro Signore dark-ambient con il moniker daRKRam (bellissimo il suo Stone And Death in cui porta all’estremo la sperimentazione della tromba manipolata elettronicamente con la pedaliera di effetti).

Vampry

Ramon Moro

Paolo Spaccamonti è chitarrista e compositore di ricerca, vanta incantevoli lavori da solista da Undici pezzi facili del 2009 (Bosco Rec.) al più recente CLN con Jochen Arbeit degli Einstürzende Neubauten (2018), passando per collaborazioni con Damo Suzuki, Ben Chasny, Paul Beauchamp, Stefano Pilia, Bruno Dorella, Mombu, solo per citarne alcuni.

La loro impronta musicale fortemente cinematica e impressionista porta il duo Spaccamonti-Moro a firmare la colonna sonora del film I CORMORANI, acclamato esordio alla regia di Fabio Bobbio. Spaccamonti tral’altro, non è nuovo a Carl Theodor Dreyer: nel 2016 sonorizza C’era una volta con il già citato Stefano Pilia e la violoncellista Julia Kent.

Vampyr

Paolo Spaccamonti

L’opera di Dreyer è unica e innovativa per svariati motivi: pur inserendosi nella trilogia di classici che ha codificato il mito del vampiro insieme a Nosferatu di Murnau (1922) e Dracula di Tod Browning (1931, con Bela Lugosi) si discosta concettualmente dai suoi illustri predecessori sia per l’ispirazione letteraria che per l’alto grado di sperimentazione introdotto.

Mentre i due film citati sono entrambi trasposizioni del romanzo di Bram Stoker, Dreyer trae libera ispirazione dalle novelle orrifiche dell’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu – quali Carmilla, The Room in the Dragon Volant, Green Tea, The Familiar e Mr. Justice Harbottle – raccolte nell’antologia In the Glass Darkly (Dublino, 1872). Vampry infrange poi alcune regole del genere horror con l’ambientazione prevalentemente naturalistica di luoghi aperti, e seppur stilisticamente molto saldo nell’eleganza del bianco e nero, predilige una composizione creata da una gamma di grigi, in cui alla fine prevarrà simbolicamente il bianco sul nero.

Inoltre Dreyer è difficilmente inquadrabile in un solo genere: grazie all’impiego di soluzioni registiche originali, il cineasta riesce a fondere la poetica dell’espressionismo tedesco all’horror fantastico, il realismo psicologico con una tensione emotiva spirituale e mistica. La particolare attenzione alle diverse gradazioni della luce crepuscolare, i contrasti di luci e ombre, i movimenti fluidi e sfumati della macchina da presa sugli esterni, il montaggio incrociato, le inquadrature oblique e insolite, i pochi ma significativi primi piani, le immagini capovolte, sono tutte invenzioni visive indimenticabili che verranno ampiamente depredate dal cinema a venire. Da sottolineare è anche la sofisticata fotografia di Rudolph Maté, che popola le scene con giochi di ombre furtive e fantasmatici bagliori, adottando l’espediente di frapporre un velo di garza tra la scena e la macchina da presa, in modo da ottenere un effetto soft focus che dona alle immagini un alone etereo e sfumato.

Queste scelte formali creano uno stile cinematografico aspaziale e atemporale; una disorientante complessità che continua a stupire lo spettatore moderno e che è stata valorizzata da una trama sonora frutto del sapiente lavoro di combinazione tra immagini e suono di Spaccamonti & Moro.

Vampyr

L’atmosfera onirica e rarefatta della pellicola è intuibile già dal titolo originale Vampyr: Der Traum des Allan Gray, ovvero ‘Il sogno di Allan Gray‘. Protagonista, dunque è il mondo rovesciato delle ombre, forze antagoniste della luce, un antimondo di violenza e male in cui la realtà si piega al mistero e al soprannaturale, un mondo che contiene tutte le barbaire e il nichilismo del ventesimo secolo, ma anche la possibilità di sfuggurvi.

Le trame strumentali della chitarra, il suono greve della tromba, e i mesmerizzanti suoni manipolati e sintetizzati ci guidano in un sogno labirintico e misterioso, un sogno dall’atmosfera irreale, carico di eccitazione e di sussulti emotivi. All’inizio un ritmo oscuro e inquietante accompagna l’arrivo del protagonista Allan Gray (nella versione italiana David), ad una misteriosa locanda vicino il fiume nel villaggio francese di Courtempierre, in cui si ipostatizza il passaggio all’Aldià; i suoni tetri enfatizzano l’atmosfera claustrofobica degli interni, resa visivamente con opprimenti riprese che includono i soffitti.

Il suono si distende e diventa più rarefatto all’esterno, nelle inquadrature della foresta, in cui regna la luce diurna. Suoni sinistri e distorti accompagnano scene memorabili come la sagoma dell’angelo di ferro che sovrasta l’insegna della locanda, quella del mietitore con la falce – classica iconografia della morte – l’inquietante chiave che gira lenta nella serratura della porta, la lettura del libro e l’uccisione della cieca e vecchia vampira, la lettura del libro.

Bellissimi pure gli arpeggi infernali e distorti della Gibson SG che accompagnano il medico, incarnazione di un male subdolo, potente e inquietante; chitarra che diventa ancora più potente in uno dei dialoghi più significativi della pellicola, la battuta “qui non ci sono cani né bambini” che ben rappresenta tutta la forza distruttrice sprigionata nel ventesimo secolo, in cui non c’è posto per l’energia vitale (in tutto il film ci sono pochissime battute e si fa ricorso a “cartelli” di testo come nella tradizione del cinema muto).

Vampyr

Ben calibrati e significativi anche i silenzi che accentuano la tensione emotiva di scene emblematiche come i primissimi piani usati per sondare le angosce esistenziali dei personaggi: memorabile il volto di Léone, in cui il regista ci fa assistere alla lotta che avviene nell’animo umano del personaggio lacerato da desideri e impulsi contrastati, dalla follia e perversione vampiresca alla disperazione della presa di coscienza di essere dannata. Il sonoro originale si innesta nella celebre sequenza dell’incubo del protagonista in cui sogna la propria sepoltura e vede in soggettiva l’interno claustrofobico della bara. Sonoro e sonorizzazione live si fondono poi nel finale, nel montaggio che alterna luce e buio: il bianco della farina che uccide il dottore, la luna emerge pallidamente tra le nubi dopo che la vecchia cieca, la vampira Marguerite Chopin è stata uccisa dal servitore e la conseguente fuga di Allan e Giséle che si lasciano l’oscurità alle spalle attraversando il fiume coperto di nebbia, e camminano tenendosi per mano in un atmosfera fiabesca in un’armonica e perfetta simmetria. Il film si chiude con gli ingranaggi del mulino che lentamente si fermano.

Vampyr

I due musicisti ci consegnano la colonna sonora di un sogno ad occhi aperti, concepita sopra un margine, quel labile confine che separa realtà e soprannaturale.Paolo Spaccamonti e Ramon Moro confezionano un lavoro di ricerca meticoloso del suono, volto ad esplorare a fondo le potenzialità della fusione fra la dimensione uditiva e quella visiva.Il sortilegio ordito dalle corde di chitarra e dei pistoni della tromba dura solo il tempo della pellicola, ma occhi e orecchie sembrano chiederne ancora, con la stessa bramosia dei vampiri in cerca di vene pulsanti da mordere e sangue fresco.

Vampyr

Le immagini sono tratte dai comunicati stampa della Cineteca di Bologna e dalle pagine ufficiali dei musicisti.

Marta Cardilli per RadioEco.

 

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