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Pedigree @Teatro Era – Babilonia Teatri

Lo scorso 6 aprile, il palcoscenico del Teatro Era ha ospitato “Pedigree” di Babilonia Teatri, con Enrico Castellani e Luca Scotton; spettacolo che ha dato alla platea un motivo di discussione e riflessione per molto tempo.

Pedigree - Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

Pedigree – Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

“Pedigree”- Babilonia Teatri.
Puoi sederti a Teatro e godere di uno spettacolo. Godere nell’estetica, nel senso. Può farti ridere o commuovere. Poi, a sipario chiuso, uscire dalla sala così come sei entrato.

Poi ci sono degli spettacoli che, oltre a farti provare piaceri di diverso tipo, ti stupiscono e ti avvolgono in un vortice di sensazioni e immagini che non ti lasciano stare. Guidando, mentre ti lavi i denti, mentre aspetti che scaldi l’acqua del tè, ti ritornano alla mente delle parole che risuonano autonome, tra cervello e gola e suonano ogni volta con senso nuovo.

Ecco, Babilonia Teatri è riuscita nella grande impresa di piantare il piccolo e tenace seme del dubbio. Fidandosi dello spettatore e del poter immenso del teatro ha dato alla platea un motivo di discussione e riflessione per molto tempo.

In una serata fertile e  primaverile Enrico Castellani racconta la storia di un figlio, di molti figli. Seduto sulla sua poltrona rock, pulpito di un’omelia laica e autocritica, il narratore protagonista enuncia la storia di un bambino e delle sue due mamme. Racconta la vita di una famiglia omogenitoriale in una società in cui nei libri di testo per scuola elementare l’unica famiglia ancora rappresentata è con mamma e papà. Racconta di quattro polli che finiscono arrosto, di famiglie e gruppi whatsapp, si rivolge ad un padre immaginato. Racconta i molti punti di vista che un bambino vive attraverso la propria famiglia.

Pedigree - Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

Pedigree – Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

Il testo è un monologo, quasi un discorso alla folla. È enunciato, pronunciato con calma e consapevolezza. Ogni parola del testo, denso, vasto e stratificato, è ponderata e detta con calma e fermezza. Come una piggia di piccolissimi sassi grandina addosso al pubblico che rimane seppellito e immobile. Non c’è via di scampo, non c’è grazia o consolazione. Si ride poco, si piange poco, si riflette molto. Costruita come un cerchio perfetto e mai banale la storia crea ponti e richiami, immagini nuove che servono a svelare l’ampio senso di questo lavoro: la necessità di rivendicare la libertà del dubbio. A partire da un mondo in cui si richiede sempre di avere un opinione netta, di far parte di uno schieramento, dove il bianco e nero valgono assoluti, Castellani e Raimondi serrano i pugni e difendono la zona grigia che dà sfaccettatura alle cose. Il protagonista non accetta una verità assoluta, né se ne fa portavoce, ma rincorre ciò che certo non è, le increspature nella stiratura, le incoerenze del sistema. Così ne esce un personaggio che spiazza, come  un Giano bifronte a più teste, che non rassicura dando risposte ma che lascia milioni di domande sospese nell’aria.

Pedigree - Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

Pedigree – Teatro Era (foto di scena teatroera.it)

I quadri guidati dalla parola sono intervallati da momenti quasi onirici, simbolici, nei quali il protagonista abbandona il microfono per dei movimenti scenici che sfociano in piccole coreografie. La musica, con la voce calda di Elvis, invade la sala e arriva come un pugno a smuovere lo spettatore dalla calma apparente della narrazione. Si costruiscono immagini, potenzialmente potentissime. Gli oggetti di scena, decontestualizzati, diventano simboli quasi ancestrali. Anche qui, si ricerca una narrazione multistratificata, che trova l’apice nel finale in cui vediamo un improbabile Elvis  cantare sullo sfondo  e un uomo incinto che mangia pollo arrostito per l’occasione.

Flaminia Vannozzi per RadioEco

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