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Perché il rating fa paura?

 

Abbiamo sentito di parlare di agenzie di rating e di downgrade già dall’inizio di settembre a seguito della neonata “recessione estiva”, ma le notizie che menzionano questi termini si sono intensificate in modo particolare solo di recente. Le vere domande, al netto di tutte le false conoscenze, sono essenzialmente tre: che cos’é un’agenzia di rating? Cosa significa downgrade e, in sostanza, quali sono gli effetti che si ripercuotono sulla cosiddetta economia reale?

Il rating (posizione o valutazione) è un modo di definire un investimento o attività in base alla sua rischiosità. L’indice che risulta dal metodo del rating è solitamente riferito alla capacità di ripagare un debito, sia esso di un’azienda, di una banca o di uno stato. E’ un vero e proprio indicatore di affidabilità. Facciamo un esempio: un rating AAA rappresenta un’alta confidenza nella restituzione dell’ammontare: investire in un’istituzione valutata con AAA significa fare un investimento con un basso tasso di rischiosità, ovvero con più sicuro ritorno.

Mano a mano che l’indice si abbassa, aumenta il premio per il rischio richiesto dagli investitori: AA è considerato ancora abbastanza buono, ma già un rating A implica una capacità incerta a causa di talune circostanze future. Sotto il BBB, la natura del debito può essere speculativa, e il titolo rischia di diventare “spazzatura“.

Le agenzie di rating sono quelle istituzioni che elaborano gli indici di rating. Tra le principali ci sono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch. La loro valutazione pesa molto anche in relazione all’economia reale: un cambiamento negativo va a minare la fiducia degli investitori. Tutto ciò genera maggiore volatilità, quindi instabilità negli istituti di credito, meno prestiti, minore liquidità sul mercato e stretta anche alle imprese. La strozzatura degli investimenti ricade pesantemente sul mercato del lavoro, sui salari e quindi sul reddito disponibile. Si ripete, dunque, il terribile meccanismo verificatosi nel 2008 a seguito dell’effetto domino prodotto da Lehman Brothers.

La vera spada di Damocle, però, è il debito pubblico: la sua presenza in maniera così massiccia rende qualsiasi stato non competitivo a livello internazionale. Per potervi fare fronte, lo Stato deve emettere titoli sul mercato, che vengono acquisiti da famiglie ed imprese, garantendo in cambio un corrispettivo in denaro. A differenza di molti altri investimenti, questi sono considerati molto sicuri. Il motivo è semplice: un paese non può andare in bancarotta come un’azienda! Quando si trova in serie difficoltà economiche o a rischio di default, attua vari meccanismi come il fondo salva-stati della Banca Centrale Europea.

Per questo suscita grande scalpore il fatto che le agenzie di rating abbiano operato un “downgrade” (ovvero abbiano ridotto l’indice di sicurezza del titolo) nel caso di uno stato sovrano.

Un paese con un debito rischioso avrà forti ripercussioni sulla sua economia reale: non attrarrà investimenti esteri, e non calmerà le borse, con conseguente rischio di grosse perdite.

Attualmente, il debito del Portogallo è valutato da Fitch come BBB (ovvero a rischio di diventare un titolo-spazzatura), mentre la stessa agenzia ha operato un downgrade sia nei confronti della Spagna (da AA+ ad AA-) che dell’Italia (da AA- ad A+), nel caso di quest’ultima con outlook (ossia prospettive future) negativo. Il debito italiano aveva già subito un peggioramento dell’indice di rating, sia ad opera di S&P all’inizio di settembre, che secondo Moody’s pochi giorni fa. Le motivazioni addotte dalle agenzie per il declassamento sono pressappoco le stesse: scarse prospettive di crescita per il nostro paese, mancanza di fiducia nella situazione politica italiana.

L’evidente indecisione del nostro governo nel trovare rimedi alla crisi del debito (ci sono state ben tre versioni della manovra finanziaria, modificata nel tentativo di non scontentare nessuno nella maggioranza) non ha rassicurato i mercati, e anche quando la BCE è intervenuta acquistando titoli italiani in proporzioni massicce, la situazione non è migliorata di molto.

Inoltre, basta osservare le norme contenute nel testo della manovra per redensi conto di quanto i timori dei mercati siano fondati: il provvedimento è fatto di interventi “una tantum”, in un’ottica che predilige il breve periodo, non strutturali e non orientati alla crescita del paese. Per farvi capire questa differenza, pensate a dover risparmiare dei soldi, perché il vostro stipendio si è ridotto. Se per un sabato al mese non andate a cena in pizzeria, risparmierete un tot ogni mese, privandovi del pasto. Ma se imparate a fare la pizza da soli, risolvete il problema in modo definitivo, “strutturale”.

Invece il governo opera una politica di “taglia e cuci” un po’ di qui e un po’ di là. Sicuramente colpa della fretta con cui è stata elaborata la legge, ma non solo: c’é stata anche una volontà di non agire in maniera decisa (ad esempio introducendo una tassa pesante sui redditi alti), ma mettendo in atto interventi come l’aumento dell’IVA, che ricadono solo sul consumatore finale, su quei cittadini che non sono certo in parlamento, e che non costituiscono un così grande rischio per la stabilità della coalizione governativa.

 

Chiara Calastri

Redazione News

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