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PJ Harvey, Death Grips – BringTheEco#12

Ok, abbiamo ascoltato abbastanza l’ultimo di Radiohead e di Beyoncé e magari ci sono pure piaciuti ma magari anche no. Ora però basta e ritorniamo a parlare davvero di musica: PJ Harvey e Death Grips, serve aggiungere altro?

PJ Harvey

PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project (Island, 2016)
Inizia con una melodia dai toni quasi spensierati “The Hope Six Demolition Project”, il nono album a nome esclusivamente PJ Harvey. Ma è un falso segnale, un modo più soft per introdurre l’ascolto nel cuore duro e sofferente di un album fatto di rabbia, rivalsa e riflessione. Riflessione nei confronti di un mondo che persegue l’unico obiettivo di far sopravvivere i più forti schiacciando chi rimane ai margini: lo sguardo di Polly Jean si sposta dalla sola Inghilterra di “Let England Shake” al mondo intero, dopo aver viaggiato e accumulato esperienze dirette fra Kosovo, Afghanistan e Washington DC, confluite anche nel suo primo libro di poesie “The Hollow Of The Hand” del 2015. Sono i luoghi e le persone i punti d’inizio e di arrivo del disco, visto che l’autrice inglese si domanda lungo le undici tracce quali siano le radici della violenza dell’uomo verso l’uomo da uno sguardo più politico e sociale, evitando faziosi schieramenti ma lasciando ogni domanda aperta a più interpretazioni. È chiaro quindi che in quest’ottica i testi sono assolutamente fondamentali per addentrarsi appieno nel mondo rurale e periferico osservato dalla Harvey, ma che senza la musica non assumerebbero un senso più pieno. Marcette marziali, folk, spiritual e una leggera punta di psichedelia sono gli ingredienti principali, mantenuti scarni negli arrangiamenti proprio per far arrivare in maniera ancora più diretta il messaggio; su tutto, la figura di Patti Smith e soprattutto il blues sporco e bastardo alla John Lee Hooker e Howlin’ Wolf fanno da numi tutelari, spirituali più che musicali, al disco che cresce e si rivela lentamente lungo gli ascolti. Artista di rilievo ormai pienamente matura, PJ Harvey continua a proporre una musica che sembra lo specchio del suo profilo: affascinante, sfuggevole, solenne e dolorosa.


PJ Harvey

Death Grips – Bottomless Pitt (Thirdworld, 2016)
I Death Grips dovevano essere morti un po’ di tempo fa, ma per nostra fortuna Stefan Burnett, aka MC Ride, Zach Hill e Andy Morin, aka Flatlander se ne sbattono altamente delle nostre aspettative e fanno quello che pare a loro. Come ad esempio pubblicizzare (se di vera e propria pubblicità si può parlare) il loro nuovo album attraverso due video, uno di un quarto d’ora con l’attrice degli anni ’70 Karen Black che declama un copione e l’altro di mezz’ora dove alle loro parole e a quelle dell’intervistatore Matthew Hoffman viene sostituito un flusso sonoro pazzo e continuo. Chi conosce il trio americano non si stupirà più di tanto, chi ancora non lo conosce può iniziare proprio da “Bottomless Pitt” la scoperta di uno dei gruppi più interessanti del decennio. Come accennato prima, l’espressione di flusso sonoro è quella più calzante per tentare di dare un’idea di cosa facciano i Death Grips: una forza cinetica sparata a duemila che tritura in maniera personale e orginale hip hop, dubstep, footwork, grime e un’attitudine punk selvaggia e sudata come Zach Hill ogni volta che finisce di stuprare la batteria dopo ogni live. “Bottomless Pitt” è l’ennesimo ottimo pezzo del Frankestein sonoro del gruppo, più incline questa volta a dare una forma più riconoscibile e leggermente meno schizofrenica alle composizioni come Eh, Trash o Ring a Bell fra le tante farebbero intuire. Ma nonostante questa sottigliezza, l’effetto è sempre lo stesso: l’essere travolti da un turbine musicale ricchissimo e realmente creativo. Inutile tentare di descrivere e categorizzare troppo, sarebbe solo tempo sottratto all’ascolto: i tre richiedono solo di poterci soffocare facendoci immergere nel loro mondo. Anzi, probabilmente non vogliono neanche questo… e allora fate come loro magari, fottetevene. Nel frattempo i Death Grips saranno morti e risorti altre cento volte.

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