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Pseudonimi d’autore: vizio o necessità?

austen

Da Italo Svevo a Pablo Neruda, passando per Harper Lee, moltissimi sono gli autori che hanno utilizzato uno pseudonimo, detto anche nom de plume (NB: espressione tipicamente usata per far colpo sulle ragazze).

Immaginate per un secondo di firmare la vostra raccolta di poesie con il nome “Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto”, pensate a tutte le pagine in più che dovrete utilizzare, alle vite degli alberi spezzate, ai diritti che dovrete pagare perché se ci aggiungi un “olè”è di sicuro il testo di una canzone dell’estate, all’ostilità che vostro padre prova nei confronti della carriera d’autore ed ecco che i motivi che hanno portato Pablo Neruda (in omaggio al poeta cecoslovacco Jan Neruda) ad utilizzare questo nome d’arte vi sembrano del tutto comprensibili.
Ancora più semplice sarà comprendere le ragioni per le quali numerosissime autrici hanno utilizzato pseudonimi maschili: non è un mondo per donne nel 2016, figuriamoci nell’Ottocento.
Lo sapevano bene le tre sorelle Brontë, autrici dei capolavori letterari “Cime Tempestose”, “Jane Eyre”, “La Signora di Wildfell Hall”, costrette a firmarsi come Currer, Ellis e Acton Bell.
Nomi maschili (pure brutti), che avevano l’unico scopo di eliminare i pregiudizi che esistevano (esistono) nei confronti delle donne. Stesso periodo storico, stessi motivi, per Mary Ann Evans, conosciuta come George Eliot (autrice di Middlemarch), e Amantine-Lucile-Aurore Dudevant alias George Sand (che esordì nel 1832 con Indiana).
Caso diverso quello di Jane Austen, che forte del supporto del padre decise di firmare la sua prima opera “Ragione e Sentimento” esclusivamente con “A lady”, firma che sarà sostituita da espressioni come “dalla stessa autrice di Ragione e sentimentonei successivi romanzi.
È ancora una donna dell’Ottocento a detenere il primato temporale dell’anonimato: Louisa May Alcott, autrice del romanzo “Piccole donne” che venne per anni attribuito ad un uomo (come avete fatto a pensarlo?) e che pubblicò quattro romanzi dell’orrore con il nome (maschile) A.M. Barnard, la cui vera identità fu smascherata solo a metà Novecento.

"1984" - George OrwellGli anni passano, ma gli pseudonimi restano. Facciamo un rapido salto nel tempo per ricordare velocemente Anne Cécile Desclos autrice romanzo erotico Histoire d’O, anch’esso attribuito ad un uomo (che ne sanno di “Cinquanta Sfumature di Grigio”) e George Orwell, all’anagrafe Eric Arthur Blair, dalla cui penna il capolavoro “1984”, che optò per uno pseudonimo per evitare imbarazzo alla propria famiglia. C’è dell’imbarazzo ad avere come figlio un autore geniale così come 2+2=5.

Tra gli pseudonimi contemporanei più celebri ricordiamo Sophie Kinsella, scrittrice di libri dedicati allo shopping e qualcuno che davvero conosco: J.K. Rowling (non scriverò autrice di cosa, lo sapete).
Il cui vero nome è Joanne Rowling che, invidiosa della k nel mio nome, ne ha aggiunta una anche nel suo.
Ultima, ma non per importanza, Elena Ferrante. Incubo di tutti i giornalisti, opinionisti e tutti i termini che finiscono per –isti, per la sua capacità di nascondere la sua vera identità."L'Amica geniale" - Elena Ferrante
Presumibilmente nata a Napoli, presumibilmente studentessa della Normale di Pisa. Autrice del ciclo “L’amica geniale”, divenuto caso letterario in Italia e all’Estero. Dedica il volume “La frantumaglia” alla spiegazione del “desiderio di autoconservazione del proprio privato, un desiderio di mantenere una certa distanza e non prestarsi alla spinta che alcuni scrittori hanno di mentire per apparire come ritengono che il pubblico si aspetti”.
Ben vengano gli pseudonimi, i nom de plume, i soprannomi, le sigle, i codici fiscali, se capaci di offrirci autori come la Ferrante, capace di emozionare senza censure e ipocrisie.

Erika Branca per Radioeco

 

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