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Quando la radio entra nel concerto. Sentieri Selvaggi a Pisa

Carlo BoccadoroLo sapevate che le radio mettono lo zampino anche nella nascita di ensemble di musica contemporanea? Non sto parlando di musica leggera dei nostri giorni, ma di musica colta, per intenderci quella di Cage, di Glass, Reich, e compagnia andante. Ebbene, una trasmissione di Radio Popolare, condotta da Filippo Del Corno e Angelo Miotto, diventò anni fa un luogo di divulgazione ideale della musica non accademica nata dal talento di nuovi compositori.

E proprio da Mattinata, questa trasmissione con concerti in diretta, che nasce il progetto “Sentieri Selvaggi”. È allo stesso tempo un’associazione culturale e un dream-team di musicisti che portano in giro per l’Italia concerti monografici su singoli compositori,

oppure realizza delle antologie che mettono insieme il meglio delle produzioni attuali, saltando steccati e pregiudizi. Basti pensare alle collaborazioni con Patrizio Fariselli degli Area, o con Omar Pedrini dei Timoria.

I Sentieri Selvaggi sono arrivati sul palco del Teatro Verdi di Pisa mercoledì scorso, grazie alla rassegna dei Concerti della Normale. E ho apprezzato moltissimo la scelta di inserirli in cartellone, perché la direzione artistica ha dimostrato un’attenzione e una curiosità che scavalca i confini della musica tradizionale.

1554341_10153691678535313_617761545_nHo avuto modo di assistere a parte delle prove, e l’ensemble si è dimostrata informale e scherzosa mentre eseguivano i passaggi di alcune delle opere che sarebbero state proposte la sera stessa. Sembravano un gruppo rock, nei modi, nei dialoghi tra gli elementi, nell’attitudine allo scherzo. Questo ante-fatto è fondamentale per capire che non ci troviamo di fronte a una realtà ingessata, ma piuttosto è un aggregato vivace di professionisti in cui le capacità tecniche sono messe al servizio di una grande indole comunicativa.

Per iniziare a parlare del concerto serale basta solo anticipare un particolare: il libretto di sala è “parlato”, cioè il direttore d’orchestra parla dei singoli compositori e delle relative opere, realizzando così un momento di dialogo con il pubblico. Carlo Boccadoro spiega con semplicità perché ha scelto quel pezzo, perché il compositore l’ha scritto in quel modo, e svela anche dei retroscena. Insomma, per uno speaker come me si realizzava un sogno: vedere la radio portata in concerto, con il tipico modo di presentare un pezzo prima di “lanciare” il disco. Già solo questo aspetto merita il nostro plauso.

Ma andiamo ai pezzi proposti in repertorio. La scelta è raffinata. Si parte con una pagina di Filippo Del Corno, che si è ispirato al manifesto Dogma 95 di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg, che imponeva dieci vincoli ai registi per ottenere la più pura delle esperienze di creazione cinematografica (decalogo violato dagli stessi autori peraltro), per redigere altrettante regole per “purificare” la composizione. Ovviamente solo lui è riuscito a rispettare tutte le norme, e la pagina proposta da Sentieri Selvaggi è Dogma #6 per sei strumenti. L’operazione di Del Corno, che sembrerebbe tanto temeraria quanto pericolosa, in realtà è un brano godibile, per alcuni versi “antico”, cioè risulta percepibile che l’opera è ripulita da qualsiasi intervento elettronico anche in fase concettuale, ma è anche un suono eversivo, con ritmi martellanti alla Andriessen e riff violenti che picchiano all’unisono.

Arriva poi Urban Ring, una pagina di Carlo Galante dedicata alla metropoli, che in particolare restituisce in filigrana tutte le tensioni e i clamori di Chicago, non senza un episodio lirico all’interno. Tra le novità proposte c’è anche Virginia Guastella, una compositrice siciliana originaria di Palermo. Formatasi a Bologna, oggi firma le soundtracks di trasmissioni come La storia siamo noi e Correva l’anno. Il pezzo presentato, Rewind, riduce l’organico a soli quattro strumenti per privilegiare il protagonismo dei fiati. Si tratta di un brano semplice nella sua “scomposizione”, perché costituito da pochi elementi, ma complesso nella sua organizzazione e rielaborazione a ritroso.

Non poteva mancare un’opera di Franco Donadoni, uno degli orgogli dell’avanguardia italiana, a cui Sentieri Selvaggi dedicano da tempo interesse con interi concerti dedicati al compositore. Sul palco del Verdi ho avuto la fortuna di sentire una delle pagine più belle del compositore, ovvero Arpège, un capolavoro di virtuosismo strumentale in cui strutture complesse e intricate danno vita a un caleidoscopio di suoni e atmosfere. Il brano, peraltro, è stato anche pubblicato nell’ultimo CD dell’’ensemble Zingiber, insieme a Urban Ring di Galante, Dogma #6 di Del Corno, e Brightness di Mauro Montalbetti. La leggerezza e la vaporosità di Brightness, un pezzo ispirato alla poetica di Emily Dickinson, dove si alternano ipnoticamente colori spumeggianti a calma rarefatta, trova il mio maggior gradimento. L’avevo sentita in prova, e già me ne ero innamorato a tal punto da volerla inserire nel mio programma radiofonico.

C’è anche spazio per Carlo Boccadoro nel repertorio della serata, con un pezzo scritto apposta per il violinista dell’ensemble Piercarlo Sacco, che pare sia anche un ottimo violinista di tango. E Hot shot Willie è un pezzo che richiede passionalità, infatti s’ispira al blues di Blind Willie McTell. Chiaramente non c’è niente delle strutture del blues in questo pezzo, ma c’è tutta l’abilità e il sudore terragno dei fiddlers degli anni Venti, cioè i violinisti dell’old-time country music. Splendido pezzo, che si dimostra come un esperimento riuscitissimo di contaminazione nell’accezione di dialogo tra generi musicali diversi, tra pratiche strumentali e tradizioni diverse, per arrivare alfine ad una metamorfosi creativa.

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Chiude la serata una bellissima cover, se così possiamo chiamarla, di un brano di Laurie Anderson, realizzata da Filippo del Corno e “approvata” dalla stessa artista. È la dolce Hiawatha, tratta dall’album Strange Angels. E anche questo brano trova spazio nella discografia di Sentieri Selvaggi, nell’album AC/DC.

Applausi prolungati alla fine di questo viaggio nella nuova musica italiana, che è stata anche un’occasione imperdibile per conoscere “dal vivo” una realtà che conoscevo soltanto per i tributi ai minimalisti americani. Non è superfluo ribadire che si tratta di un ensemble di “mostri”, con una pulizia di suono incredibile, a loro agio persino nel “tirare” un po’ più del solito per farsi sentire dal fondo della sala, e una capacità di interplay impressionante. Un’esplosione senza sbavature,  una radio contemporanea che vorrei avere sempre con me.

Giuseppe F. Pagano
Redazione musicale

Guarda le altre foto del concerto qui.

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