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“Quello che non ho” – a teatro Neri Marcoré smaschera i mali dell’Italia

Stiamo producendo orrori e miserie, ma siamo anche in un tempo fatto di opere meravigliose, quadri, musica, libri e parole. Eredità e testimonianza della civiltà umana sono le frasi di Leonardo ‘seguiamo la fantasia esatta’, di Mozart ‘siamo allievi del mondo’, di Monet ‘voglio un colore che tutti li contenga’, di De Andrè ‘vado alla ricerca di una goccia di splendore’, fino alle utopiche provocazioni di Pasolini ‘è venuta l’ora di trasformarsi in contestazione vivente’.

È questa una delle prime battute di Quello che non ho, spettacolo andato in scena Sabato e Domenica scorsi al Teatro Verdi di Pisa che ha visto protagonista Neri Marcorè per la regia di Giorgio Gallione.

Parlato e note - Sul palco si sussegue un’altalena di musica e dialogo per un monologo di tremenda attualità raccontata sia con amarezza che comicità. Un’Italia paralizzata nei suoi mali morali e culturali che vive una decadenza su tutti i fronti. Marcorè incentra il monologo sulla musica di Fabrizio De André e sulla lungimiranza di Pier Paolo Pasolini e i suoi Scritti Corsari per dipingere la società di oggi e la sua incessante caduta verso il baratro. Un dialogo con due protagonisti del Novecento che smaschera le ipocrisie della società del consumo. Sedie e chitarre per una scenografia essenziale e scarna che, fra musica e luci a neon, vuole raccontare ‘la favola degli uomini del duemila’ e ci riesce sapientemente. Un teatro musicale che si gusta come l’ascolto di un concerto e la lettura di un saggio al contempo.

Quello che non ho 2 ph Caroli

immagine presa da http://www.teatrocelebrazioni.it/ ph Caroli

Il consumo e i mali del mondo – “L’Italia è un paese sinistro” si sente dire, in cui il cittadino è sicuramente un consumatore e proprio il rito del consumare, tipico della modernità, ci porta, citando Pasolini, a un ‘genocidio culturale’. La bellezza è forse l’unica arma da poter impugnare in un paese in cui “i beni superflui rendono la vita superflua” e dove non si vuole ‘governare’ ma solamente ‘detenere il potere’. Il Bel Paese è quindi, citando ora De André ‘una storia sconclusionata, una storia sbagliata’. L’Italia è perfettamente coerente allo stile di vita occidentale, uno stile in cui regna il pregiudizio, attecchisce l’indifferenza, si radica il perbenismo. Ne consegue l’omologazione e l’alienazione sociale, nonché la dilagante ignoranza. Marcoré parla di zingari, dell’inquinamento degli oceani, di come viene reperito il materiale per i nostri smartphone. Parla di quanto costi al pianeta come viviamo e di come le nostre azioni morali abbiano ricadute su altre persone del mondo. Non ci rendiamo conto che magari scrivendo un sms con il nostro telefono ultimo modello e bevendo da una bottiglietta d’acqua sia legato allo scioglimento dei ghiacciai o alla morte di un bambino sfruttato in una miniera.

L’autodistruzione – “siamo la prima società umana che affronta il problema dell’autodistruzione” tanto che ci si illude di risolverlo verbalmente, parlando di ‘sviluppo sostenibile’ ma avendo accanto quel mostro oscuro che prende il nome ‘emergenza’ e, applicato in tutti i campi delle nostre vite, non fa altro che immobilizzarci nell’agire. Siamo a cavallo fra “un passato che non torna e un futuro che non arriva” e l’impulso a muoversi è assassinato dalla mancanza di ambizione. La decadenza, o meglio la distruzione, è quindi sia del pianeta a livello ecosistemico che morale e culturale e ci riguarda tutti.

Quello che non ho 3 ph Caroli

immagine presa da http://www.teatrocelebrazioni.it/ ph Caroli

La poliedricità di Marcoré emerge anche nel suo talento a livello teatrale per uno spettacolo ossimorico che combina allegria e amarezza. Sapendo cogliere la tremenda attualità (e eredità) di De André e Pasolini, Marcoré ci consegna un quadro preciso e tagliente del mondo in cui viviamo. In scena arriva una verità che brucia di fronte alla cecità del presente, una volontà di scegliere a cosa credere per la paralisi sociale di affrontare la realtà e reagire. Impauriti e spauriti, Marcoré ci dipinge come siamo: incapaci di essere, ma bramosi di apparire a discapito di tutti e tutto. D’altronde però quello che non abbiamo ‘è questa prateria per correre più forte della malinconia’ e ‘un treno arrugginito che ci riporti indietro da dove siamo partiti’. Applausi e riflessioni.

Alessio Foderi per RadioEco

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