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[RECENSIONE] A$AP Ferg – Trap Lord

E sono due. L’A$AP Mob, da Harlem con furore, butta lì con Trap Lord di A$AP Ferg il secondo notevole album in un anno, dopo il botto a gennaio del capobanda A$AP Rocky. Quindi in Let It Go A$AP Yams ci mette un attimo a ricordare i successi di quest’ultimo, annunciando al contempo il successore Ferg: «So it’s like Fuckin’ Problems platinum, / Long.Live.A$AP number one album in the country, / sold out tours, what’s next?». Eh già. Trap Lord è talmente buono che inizialmente programmato come mixtape è stato rimandato per conferirgli un’uscita discografica vera e propria, assolutamente meritata. Tra una ripassata di Electric dei Pet Shop Boys e l’altra, quest’estate mi sono spesso ritrovato a tornarci su. Effettivamente non mi dispiace affatto.

Dal punto di vista sonoro, se l’illustre collega chiamava a raccolta produttori affermati, dall’annebbiato Clams Casino allo spinto-becero Skrillex, così da mettere insieme, pescando un po’ di là e un po’ di qua, tutte le diverse sonorità in voga nella contemporanea scena hip-hop americana, il meno conosciuto Ferg, puntando su un gruppo di produttori giovani e bravi, mira ad una maggiore compattezza sonora. E i beat sono per l’appunto una delle cose migliori dell’album, cupi e metallici, senza fronzoli eccessivi. Ben si adattano sia alla violenza di strada che è tema di tracce dirette e crude come Dump Dump, dietro cui risuonano grida ininterrotte, sia alla malinconia soffusa di altre, come la bellissima Hood Pope, in cui compare l’associazione ricorrente di Ferg con la figura di Gesù, in un periodo in cui, a quanto pare, se non ti paragoni ad una delle persone della Trinità non sei nessuno.

Altra cosa notevole è senza dubbio il fluido rap di Ferg che con estrema naturalezza cambia ritmo, passa al canto ˗ o a quella cosa intermedia tra canto e rap sempre più di moda ˗, o al patois come nella traccia d’apertura, Let It Go, che anticipa gli sviluppi della meravigliosamente stupida Shabba, omaggio a Shabba Ranks, leggenda dancehall nonché icona di stile ˗ ciò non è casuale data l’attenzione riposta dall’A$AP Mob nella cura dell’immagine. Quando serve, Ferg è in grado anche di piazzare un hook decente (vedi la succitata Hood Pope e non solo). L’unica pecca è che forse potrebbe fare di più dal punto di vista dei testi.

Si deve inoltre applaudire la scelta di non stipare l’album di eccessive collaborazioni e ospitate. A parte l’ammucchiata che si cela sotto il remix di Work, la traccia che l’anno scorso aveva fatto conoscere Ferg, si segnalano la partecipazione dell’immancabile A$AP Rocky in Shabba (il momento in cui pasticcia con le parole dem e ding-a-ling è assolutamente meravigliso) e dei veterani Bone Thugs-n-Harmony, che giocano ad andare uno più veloce dell’altro e tutti più veloci della luce, in Lord. Murda Something con Waka Flocka Flame e Fuck Out My Face con B-Real, Onyx e Aston Matthews, al di là di tutto, sono invece le tracce che vorresti rivolgere a tutti coloro che ti stanno sulle palle, messa su una faccia aggressiva conforme alla situazione. Ed ora al mio tre tutti insieme: Get the fuck out my motherfucking faaace!

Tuttavia non tutto è perfetto. Fergivicious è floscia come l’hook; 4:02, dal ritmo R&B e piena di gemiti, è a momenti troppo noiosa, come del resto Didn’t Wanna Do That; e pure Make a Scene risulta così e così. Ma niente e nessuo potrà toglierci di mente quanto di buono, anzi molto buono, c’è in quest’album, che proprio alla fine spara uno dei suoi colpi migliori, chiudendo con l’acuto. Con voce cantilenata e dolce Ferg dipinge l’immagine buia di un Cocaine Castle in cui puoi trovare chiunque, inclusi mamme e bambini ma non solo, e in cui regna la più nera disperazione: «Bring nothing to your life, you die, you die/ Basing your life upon the hope that you gon’ get the same high».

Luca Amicone

Redazione musicale

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