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[recensione] Alabama Monroe – The Broken Circle Breakdown

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Elise & Didier

L’ultimo giorno della festa del cinema e “Lovelace” era la prima scelta. Peccato (o forse no, chi lo sa) che non fosse più in programmazione. Così, io e una mia amica, scorrendo i film ci siamo imbattute in “Alamaba Monroe”. Titolo suggestivo, trailer accattivante e via al piano B. Che, almeno io, consideravo tale: un ripiego.

“Vabè, tanto costa 3 euro”. E con un po’ di vergogna nel cuore, ora dico che per quel film ne avrei spesi volentieri anche di più.

Alabama Monroe (The Broken Circle Breakdown) è un film belga del 2012 che arriva nelle sale italiane con due anni di ritardo, dopo aver attraversato l’Europa collezionando premi e riconoscimenti fino a sbarcare alle soglie della stessa America da cui trae ispirazione. Sorrentino oscurerà infatti il quasi esordiente Felix Van Groeningen alla cerimonia degli Oscar, soffiando al rivale più temuto la statuetta per il miglior film straniero. Ma poco male, l’importante è farsi notare dal grande pubblico al quale è riuscito a strappare lacrime e sorrisi in un turbinio di emozioni drammaticamente realistiche.

Lei è Elise, bionda e seducente tatuatrice che porta sul corpo i segni di tutta una vita che non vuole dimenticare (eccetto i nomi dei suoi ex-amanti coperti da un’altra passata di inchiostro); lui Didier, sognatore trasandato che campa d’aria e musica bluegrass, da suonare sopra e sotto al palco con benjo, camperos e tabacco da masticare.

I due protagonisti durante un'esibizione

I due protagonisti durante un’esibizione.

Due note acute che si incontrano e si piacciono, che fanno l’amore in armonia, appassionatamente, senza freni sulla scia di uno spartito che viaggia a ritmo di country.

In poche scene sono già inseparabili, finchè la notizia dell’inattesa gravidanza non porta un po’ di tensione nell’Eden. Ma basta poco perché lui si convinca ad affrontarla e che, armato di cemento e buona volontà, si decida a ristrutturare finalmente il casolare per lasciare la sua amata roulotte e una vita di precariato sentimentale. Il nome della piccola è tanto dolce da far venire una carie: Maybelle. E subito diventa la principessa del loro mondo, fulcro di un amore incondizionato per la nonna, gli amici di lui, gli strampalati membri della band. La sua presenza si fonde perfettamente con tutto il contesto diventandone la colonna portante, un elemento fragile come un uccellino e imprescindibile.

Ma a 7 anni Maybelle si ammala di cancro e inizia il calvario di due genitori che soffrono e che per la sofferenza cominciano a starsi stretti perché rivedono negli occhi dell’altro un amore che c’è ma che ha il peso dei ricordi felici e del dolore. La spirale del film si basa su questo e Van Groeningen è abilissimo nel renderla spezzando costantemente la narrazione temporale in un vai e vieni tra passato, meno passato e presente. Onore e merito anche ai due attori protagonisti: belli, belgi e passionali. Veerle Baetens buca lo schermo in primo piano, canta come un usignolo e rende amore e disperazione con uno sguardo mentre Johan Heldenbergh è il gigante dagli occhi buoni, disilluso e miscredente che comunque vede Dio negli occhi della sua donna.

Elise, Didier e la piccola Maybelle

Elise, Didier e la piccola Maybelle

Alabama Monroe è un film brutalmente sincero, senza quella patina di buonismo che evita di far vedere il dolore (anche a costo di zittire l’attore/attrice per intere sequenze) o l’amore in tutte le sue fasi di crescita. Tanto realistico che vi aspettereste di poterli incontrare un giorno, Elise e Didier, sperduti nelle campagne nel cuore dell’Europa a sognare la “nazione a stelle e strisce” degli slogan e delle mille contraddizioni. Fino a quel giorno potrete incontrarli al cinema e anche se pagherete più di 3 euro posso assicurarvi che saranno ben spesi.

Poi certo, è solo un consiglio.

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