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Recensione: Anti di Rihanna – Demography #104

Rihanna_-_AntiDopo la fatica impiegata ad alimentarne l’attesa, anche per mezzo di alcuni video senza senso apparente pagati dalla Samsung, l’uscita in grande stile di Anti, l’ottavo album della popstar Rihanna, che tutti aspettavano dopo il silenzio degli ultimi anni, un tempo impensabile se si tiene conto che la cantante aveva pubblicato ben sette album tra il 2005 e il 2012, è stata orrendamente sabotata da una frettolosa pubblicazione, forse per rimediare ad un errore, in un giorno di gennaio in mezzo alla settimana e pure gratis.

La lunga pausa era ritenuta necessaria affinché l’artista avesse tutto il tempo di perfezionare, mettendo un freno alla fretta con la quale era corsa fino a quel momento la sua carriera, quello che nelle intenzioni doveva essere il suo più grande album, quello fatto proprio come voleva lei (I got to do things my own way, darling, afferma in Consideration”, canzone di apertura), quello della definitiva affermazione critica, dopo che quella commerciale era avvenuta con i precedenti lavori, ma più probabilmente erano tutti impegnanti a temporeggiare per capire come mettere insieme due idee che fossero due. Che si fosse incerti su quale strada prendere è dimostrato dal fatto che tutti e tre i singoli usciti l’anno scorso, la memorabile “Bitch Better Have My Money” così come le presto dimenticate “FourFiveSeconds” e “American Oxygen”, non sono stati poi inseriti nel nuovo album, forse perché non più in linea con l’impronta che questo aveva assunto nell’ultimo periodo.

Il fatto maggiormente deprimente è che questo annunciato grande album si è dimostrato uno dei meno centrati e di certo il più noioso della carriera di Rihanna. Infatti, per disgrazia o meglio per una miope visione creativa, si sono volutamente deposte le sue armi dalle lame affilate da una lunga esperienza, che l’hanno resa una delle più grandi popstar e hitmaker degli ultimi anni, a favore di quei colpi a salve che da sempre sono lanciati dalla musica seria e perbene o che si professa tale.

Se quindi prima i suoi album abbondavano di singoli perfetti, tanto che molti credevano che quelli fossero semplici pretesti per questi, con ritornelli ficcanti, ora, come se avere una megahit fosse una colpa da cui i veri artisti si astengono, è stato giocoforza estrarre dall’ultimo lavoro l’insipida e svogliata Work”, in cui compare, più indecente del consueto, il solito Drake. Ogni esuberanza è stata castigata a favore di un’atmosfera fosca e irrisolta, forse considerata l’unica ad avvolgere la vera arte, in cui si invischia anche il brio di DJ Mustard (“Needed Me”). Oltre a questo si piange l’assenza di qualsivoglia verso memorabile, a parte gli spesso citati Let me cover your shit in glitter, / I could make it gold (sempre in “Conversation”), e la perdita è ancora più triste se si pensa che la sola “BBHMM” ne aveva dieci volte tanti.

Inoltre, se prima erano richiesti i favori dei maggiori produttori del momento (David Guetta o Calvin Harris per citarne solo qualcuno), ora, poiché l’obiettivo è quell’R&B un po’ confuso e non finito come le statue di Michelangelo ma senza i medesimi risultati artistici tanto amato dalla critica, da lì si attinge a piene mani ed ecco che SZA canta il ritornello di “Coversation” e Banks viene campionata in “Desperado”. A rendere estremamente chiaro dove si vuole arrivare, spunta fuori anche una pedissequa cover dei Tame Impala (“Same Ol’ Mistakes”). Infine, per non farci mancare proprio nulla, ci mette lo zampino pure Travis Scott, presunto nuovo fidanzato della cantante, la cui presenza, oltre a rendere “Woo” il punto più basso dell’album, ha indispettito, a quanto pare, l’altro produttore Glass John, artefice del synth-rock anni ‘80 di “Kiss It Better”, che, essendo la canzone più riuscita e l’unica con un ritornello di tutto rispetto, meritava di essere il primo singolo.

Alla fine il risultato può piacere solo a quelli di Pitchfork (che infatti non avevano mai dato a Rihanna un voto tanto alto) e ai loro compari, per gli altri c’è solo la noia dopo tre tracce, a parte quando si riaprono un po’ gli occhi per le ballate finali, ed è tutto dire trattandosi di Rihanna, la quale, dopo aver puntato ad un distorto ideale di vera arte, alla fine ha dovuto dare l’album gratis per timore che le venissero richiesti indietro i soldi a suon di “Bitch Better Have My Money”.

Luca Amicone

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