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Recensione: Assassinio sull’Orient Express

Poche cose sono sicure nella vita di uno spettatore cinematografico: l’uscita dell’ennesimo cinepanettone da evitare assolutamente; l’ansia per il prossimo film di Star Wars; la capacità di Kenneth Branagh di tradurre per il grande schermo un classico della letteratura senza per questo stravolgerlo, o non rendergli giustizia. Lo ha fatto tante volte nel corso degli anni, e lo ha fatto nuovamente con Assassinio sull’Orient Express. Qui la nostra recensione.

Assassinio sull'Orient Express

Assassinio sull’Orient Express è un viaggio in treno che corre veloce sui binari della fantasia di Agatha Chrsitie; è un viaggio che alla partenza vede accumulare un po’ di ritardo, complice un incipit che frena gli ingranaggi dell’attenzione e disorienta lo spettatore, per poi recuperare il tempo perso e, fermata dopo fermata, plot-twist dopo plot-twist, far salire la suspense, giungendo in orario alla sua destinazione finale: la soddisfazione spettatoriale.

Kenneth Branagh, proprio come il suo Hercule Poirot dai baffi folti e i vestiti raffinati, sa cosa vuole e cosa gli piace, e non vi è dubbio che l’universo degli adattamenti cinematografici è qualcosa che ama davvero. Lo amava all’inizio della sua carriera, con le trasposizioni delle opere di William Shakespeare, e lo ama tuttora; nel corso degli anni il regista è riuscito a tracciare uno stile autoriale ben preciso, dove lo studio filologico del prototesto d’origine, si affianca a un tentativo di riscrittura atto a personalizzare la propria opera, e distanziarsi così da quanto compiuto da altri.

Per un autore come Branagh, tutto si trasforma in teatro; che sia il laboratorio del dottor Frankenstein, il regno di Asgard, o una carrozza dell’Orient Express, non fa differenza. L’uomo teatrale cambia camaleonticamente nome, aspetto, ruolo, ma il suo tocco magico si ritrova in ogni inquadratura e raccordo di montaggio. Supportato dal formato 70mm, Branagh struttura anche qui l’ambiente circostante come un palco teatrale, posizionando attori e oggetti in modo che tra essi si instauri un legame ben preciso e sempre colmo di significati. Il piano sequenza che segue dall’esterno del treno, un Poirot intento a cercare la propria carrozza, si trasforma dunque in coro atto a presentare ogni singolo personaggio, mentre lo specchio su cui moltiplica il riflesso dei volti della signorina Debenham (Daisy Ridley), o di Caroline Hubbard (Michelle Pfeiffer) non è altro che il perfetto correlativo oggettivo su cui si proietta il senso di sospetto e mistero che aleggia ogni singolo passeggero. A confezionare la buona riuscita del film ci pensano le ottime performance attoriali di tutti gli interpreti, ognuno dei quali si rivela essere perfettamente calato nel ruolo (uno fra tutti, un Johnny Depp finalemente ritrovato), capaci di coinvolgere con estrema facilità il proprio pubblico nelle loro trame, e nel disvelamento dei loro più oscuri segreti.

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Perché a bordo dell’Orient Express tutti possono diventare dei perfetti sospettati, soprattutto agli occhi di Hercule Poirot. I dodici superstiti, come moderni dodici apostoli (un’analogia sottolineata tra l’altro da una ripresa d’insieme, che li immortala frontalmente seduti a tavola, richiamando così il noto affresco di Leonardo da Vinci) sono pronti a diffondere la parola della loro innocenza, nell’attesa di essere giudicati dallo sguardo divino di Poirot. Uno sguardo che potrebbe trasformarli in dodici diavoli, o dodici anime pure e innocenti. Forse peccando un po’ di superbia, Branagh concepisce il proprio Poirot come giudice morale, tanto da riprendere i momenti salienti della sua indagine dall’alto, reduplicando cioè, quello che sembra a tutti gli effetti essere uno sguardo divino che si fa testimone delle imprese del “migliore investigatore al mondo”. La stessa sceneggiatura tende a giocare fin troppo con una moralità esacerbata al limite del parossismo, eppure tutto in Assassinio sull’Orient Express sembra perfettamente coeso e coerente alla struttura diegetica messa in scena da Branagh. Nulla all’apparenza è fuori posto; ancora una volta Branagh traduce con rispetto e devota attenzione un classico della letteratura, senza sminuirlo o indebolirlo nei suoi punti cruciali. Forse è proprio questa ossessione verso la perfezione che blocca il regista e la sua interpretazione. La stessa cura nei dettagli e la proiezione del palco teatrale nell’immensità degli spazi attraversati dai convogli, assottiglia, fino a elidere, quel senso di claustrofobia che permea e rende unico sia il testo di Agatha Christie, che l’adattamento di Lumet. Assassinio sull’Orient Express necessita di più coraggio, di più disordine, insomma di tutti quegli elementi che farebbero rabbrividere il Poirot di Branagh, ma che avrebbero dato il colpo di grazia allo spettatore.

Voto: 7

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