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Recensione Ave, Cesare!

Vorrei fosse così semplice scrivere una recensione che esalti Ave, Cesare! allo stesso modo in cui i fratelli Coen hanno esaltato il mondo del cinema. Vorrei fosse così semplice dirvi che l’ultimo film dei fratelli di Minneapolis è un vero capolavoro. Vorrei, ma non posso.

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Vi è un momento nella vita di tutti noi in cui ci sentiamo in dovere di ringraziare chi, o cosa, ci ha permesso di raggiungere i nostri traguardi e realizzare i propri sogni. Ecco perché non è inusuale, soprattutto oggi, nell’era del “cinema postmoderno”, ritrovare nella filmografia di alcuni grandi registi un film che omaggi, più o meno esplicitamente, questo incredibile universo in formato 16:9.

L’universo dei fratelli Coen è sempre stato intriso da questa necessità, sorta di sdebitamento verso quel mondo fruito in maniera così propizia dall’età dell’adolescenza e poi, via via, anno dopo anno, in maniera sempre più onnivora; un mondo che i due fratelli hanno saputo ben metabolizzare e fare proprio, rielaborando motivi e forme tipiche della produzione classica hollywoodiana (1930-1950) al fine di farli conciliare con le proprie istanze autoriali. Il cinema diventa col tempo, dunque, topos narrativo prediletto dai fratelli Coen, e i suoi generi fonti da cui abbeverarsi e nutrire quella sete di narrazione grazie alla quale i due hanno avuto modo di dimostrare, nel corso della loro carriera, il proprio talento innovativo. Ed è stato solo quando hanno fatto proprie queste istanze, imparando ad affondare a piene mani nell’operato dei loro precursori cinematografici (Hitchcock, Capra, Rohmer) che Ethan e Joel Coen si sono ritrovati nella posizione di ringraziare e omaggiare questo mondo di illusione e sospensione di realtà, conosciuto come cinema. Lo hanno fatto seminando qua e là nei propri film strepitose citazioni colte (si pensi alla scena del bagno in Fargo, chiaro rimando al capolavoro di Stanley Kubrick, Shining); lo hanno fatto all’inizio degli anni novanta con Barton Fink, opera piena di allusioni colte, e intelligenti rimandi al cinema europeo; e hanno continuato a farlo nonostante l’insuccesso globale di Mister Hula Hoop, pellicola sullo stile di Frank Capra rivestita da un involucro scintillante ma dal nucleo freddo e per questo poco dedito all’ilarità. Ave, Cesare!, nel contesto degli omaggi cinematografici, è la summa di queste due opere. In esso si ritrova quel divertissement che mancava a Mister Hula Hoop e che lo rende il fratello simpatico e più sciolto di Barton Fink; da quest’ultimo Ave, Cesare riprende quei giochi citazionisti e metacinematografici che fanno di quest’opera un incredibile esempio di film dentro il film. Eppure, nonostante tutto ciò, restiamo comunque distanti anni luce dal geniale e sottile sarcasmo che sottendeva la pellicola con protagonista Turturro.

ave_cesare_josh_brolin_jpg_1400x0_q85La storia del fixer Eddie Mannix (Josh Brolin), intento ogni giorno a celare gli scandali dello star-system hollywoodiano, e del suo assurdo tentativo di ritrovare Baird Whitlock (George Clooney), una delle più grandi star del tempo rapita da un gruppo di ferventi comunisti sul set del suo ultimo film (Ave, Cesare! appunto), non è altro che il punto di partenza di questa giostra celebrativa del mondo del cinema, un po’ Million Dollar Mermaid, un po’ Un giorno a New York. Una rocambolesca spirale fatta di tanti capitoli, eccellenti se presi singolarmente (si pensi a quello con il regista dandy Ralph Fiennes o di Scarlett Johansson), ma deboli quando uniti nel loro complesso, in cui non vanno a mancare anche i capisaldi dello stile autoriale dei Coen, dallo scambio di persona, al rapimento, fino alle situazioni assurde che il destino ha deciso di far affrontare al protagonista dell’opera. Ma l’Eddie Mannix di Josh Brolin non ha nulla dell’estro naif di Jeff Lebowski; il suo vagare non è volto alla salvaguardia del proprio onore artistico come Llewyn Davis, ma alla difesa di quella patina densa di ipocrisia che avvolge il mondo di Hollywood. Il suo compito è quello di accertarsi che il pubblico possa continuare a immedesimarsi nei divi che vede sullo schermo, che il gioco di illusione continui indisturbato lontano dallo scandalo; ed è un po’ la stessa operazione che, forse involontariamente (o forse no) compiono qui gli stessi Coen. Prendendosi apparentemente gioco del mondo del cinema e dei suoi discutibili metodi di produzione, con Ave, Cesare! i due non fanno altro che rimarcare il potere della macchina da presa, capace di farci vivere per una manciata d’ore in una bolla di sapone rivestita di celluloide, difendendo, proprio come fa Mannix, questo sistema. Lontano dall’intima introspezione di A serious man e dalle difficoltà di emergere come artista di Inside Llewyn Davis, i fratelli Coen mettono su un bel siparietto dalle battute facili e poco pretenziose. Si sorride, certo, ma nulla più.

Labile è il confine tra capolavoro ed immensa delusione quando si gioca in precario equilibrio sull’asse delle aspettative, e le ottime interpretazioni degli attori (una fra tutte quella del giovane Alden Ehhrenreich) sono un punto nettamente a favore di quello che è stato sicuramente un progetto rischioso per i due fratelli di Minneapolis. Ave, Cesare! è una macchina estrosa che non è stata del tutto capace di centrare pienamente l’obiettivo; ciononostante, non mi sento in vena di condannarla in toto, soprattutto se presa per quello che questo film è e vuole essere. Un divertissement infarcito da stilemi autoriali ben oliati che nulla più vuol fare se non divertire. Proprio come furono e facevano le opere degli anni d’oro di Hollywood. E allora va bene, Ave Caesar, morituri te salutant. E io pure.

Elisa Torsiello per Radioeco.

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