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RECENSIONE: Big Eyes (pt. II)

Big_Eyes_UK_Italia_DataAlla notizia dell’assenza di Johnny Depp nel cast devo ammettere che ho tirato un sospiro di sollievo. Non che detesti il piratesco sex symbol feticcio di Tim Burton, tutt’altro, solo che ero arrivato a un punto di saturazione riguardo alla collaborazione cinematografica tra i due. Alla luce poi delle scelte ancora più inusuali per il regista di Burbank (la scritturazione di Amy Adams e soprattutto di Christoph Waltz; è avvenuto di rado che Burton si rivolgesse ad attori col quale non aveva mai collaborato prima) mi ero scoperto curioso e molto fiducioso a proposito di Big Eyes.

Big-Eyes-Movie (1)È la vera storia di Margaret Ulbrich (Amy Adams), pittrice degli anni ’50 e ’60, che dopo il divorzio (decisamente raro all’epoca) dal coniuge Frank, decide di trasferirsi con la figlia a San Francisco. Qui incontra un vulcanico e carismatico pittore di strada, Walter Keane (Christoph Waltz), che, complice la richiesta di affidamento della figlia da parte dell’ex marito di Margaret, con la sua arte affabulatoria la convince a sposarlo. Prevaricatore e bugiardo di indole, si attribuirà la paternità dei dipinti della moglie, complice riluttante, sempre più venduti e ricercati, fino a rendere il matrimonio una prigione dorata per la fragile Margaret.

Dunque si tratta di una biografia, per la precisione la seconda della filmografia burtoniana, dopo Ed Wood (1994). Anche questo era un elemento che mi aveva fatto ben sperare: pensavo che Burton avesse ancora qualcosa da dire, che potesse andare oltre alla sua estetica, amabile sì ma ormai riproposta in modo stancante negli ultimi anni. E in effetti Big Eyes non è una spenta imitazione dei mostri e delle deformità che hanno sempre connotato le sue pellicole. O meglio, qui i mostri sono caratteriali, e non visivi.tumblr_inline_ncdcj8Jgtt1smd71x

Personalmente ho trovato interessante l’improvviso (e casuale) successo delle opere di Margaret: quadri raffiguranti trovatelli dagli occhi sproporzionati, perché “gli occhi sono il modo in cui esprimo le mie emozioni”. È un tema affascinante il perché e il come si diventa artisti celebri. È tutto un gioco delle parti in cui il più scaltro riesce ad insinuarsi, anche a scapito di chi ha un talento vero. L’efficace propaganda come elemento determinante, anziché utile accessorio. Ecco, in questa stimolante critica si esaurisce l’apprezzamento verso una pellicola che si avviluppa su se stessa diventando sempre meno scorrevole e sempre più faticosa alla visione. Walter Keane, perfetto archetipo di personaggio totalmente negativo, viene rappresentato con delle dicotomie caratteriali improbabili, che mal si conciliano con un’intelligenza manipolatrice e subdola. In questo modo Burton disinnesca la forza dell’antagonista, rendendolo solo sgradevole e disturbante, senza riuscire ad integrarlo adeguatamente all’interno della storia. Se Keane/Waltz ci appare indigesto, pian piano ci si rende conto che il vero fastidio proviene dall’impotenza e dall’inerzia caratteriale della protagonista Margaret. D’accordo che la vicenda risale ad un contesto sociale in cui il femminismo era ancora prossimo a venire, ma è proprio l’approccio del regista verso Amy Adams ad essere sbagliato, senza bisogno di scomodare analisi socio-politiche dell’epoca. La Adams interpreta la pittrice Margaret in modo passivo, subisce il personaggio, e la regia di Tim Burton non fa nulla per evitare quest’effetto straniante. La parte finale poi riesce ad essere ancora più insostenibile: l’auto-difesa di Walter Keane in tribunale è un essere sopra le righe ostentato e fuori fuoco, in cui l’istrionismo di Christoph Waltz risulta stucchevole e infantile, oltre che evitabile.tim-burton-amy-adams-christoph-waltz-big-eyes-christmas-2014

 

Negli ultimi anni bisogna prendere atto dell’incapacità di Tim Burton di gestire e guidare consapevolmente le storie che decide di raccontare (esempi: Alice In Wonderland, Dark Shadows). Un’ulteriore prova qui è la totale estraneità del narratore: il giornalista Dick Nolan, nella realtà (e nella volontà del regista) parte integrante del racconto grazie alle sue ripetute interviste che contribuiscono al successo di Walter Keane, è relegato al compito di voce fuori campo, con qualche sparuta e superflua apparizione in scena.

Dell’eccentrico e allucinato regista capace di blockbuster inusuali e opere intime diventate dei classici non c’è più traccia. È rimasto solo il nome come marchio di fabbrica da apporre a film dai grandi incassi ma molto, molto brutti.

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