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Recensione Big Hero 6: soddisfatti del trattamento

Ecco a voi di seguito la Recensione di Big Hero 6: e sì siamo soddisfatti del risultato

Nella vita poche cose sono sicure. L’uovo Kinder a Pasqua; i regali per niente azzeccati ricevuti il giorno del tuo compleanno; Mamma ho perso l’aereo in TV a Natale, e l’uscita al cinema di un cartone animato targato Disney durante le vacanze natalizie. Anche quest’anno, in barba alla crisi, non si è fatta eccezione e il 18 dicembre è uscito nelle sale italiane Big Hero 6, ultimo capolavoro firmato dalla scuderia Disney.Big_Hero_6_Team_Attack

Tratto da una poca conosciuta collezione di fumetti Marvel , Big Hero 6 si presenta come un prodotto commercialmente perfetto, in quanto in grado di rispondere in maniera del tutto positiva ad ogni tipo di esigenza e gusto da parte del pubblico. Siete alla ricerca di pura adrenalina e di quell’azione che solo l’intervento di supereroi in stile Avengers è in grado di offrirvi? In Big Hero 6 la troverete. Volete sentimenti e valli di lacrime in pieno stile Disney? Tranquilli, Big Hero 6 non vi deluderà neanche sotto questo aspetto.
Ma di cosa parla Big Hero 6?La storia ruota tutta intorno al quattordicenne Hiro Hamada, giovane nerd della robotica e inventore in erba che, dopo la scomparsa del fratello maggiore Tadashi, spinto da un’estrema sete di vendetta, decide di farsi giustizia da solo, catturando colui che, innescando l’incendio alla sede del San Fransokyo Institute of Technology, ha per sempre reciso il filo della vita del suo adorato fratello. Nel perseguire tale scopo Hiro si avvallerà non solo di un gruppo di nerd altrettanto strambi (Gogo, Honey Lemon, Wasabi e Fred), ma anche del dolce e coccoloso Baymax, robot nato dalla mente di Tadashi e progettato per dare ogni tipo di assistenza medica e sanitaria registrata all’interno del suo chip medico. Insieme formeranno una gang di giovani vendicatori tramutatisi in supereroi; insomma una specie di Avengers, ma in formato più tascabile, con un robot gonfiabile al posto di Iron Man.
BIG-HERO-6_3091069bRiuscire a superare un titano dell’animazione recente come Frozen sembrava una sfida impossibile anche per la Disney, che di quest’ultimo ne è la creatrice. Ma la Disney si sa, non si lascia di certo abbattare; è proprio in questo suo perseverare a tradurre i propri sogni e le proprie idee in realtà che ha dato vita a opere senza età, riuscendo ogni volta anche nell’intento di superare sè stessa. “If you can dream it, you can do it” diceva Walt Disney. E per perseguire tale scopo, per regalarci cioè un’opera ancora migliore di quella precedente che la Disney non solo ha sfoderato la carta dell’azione e dei supereroi, assicurandosi in tal modo la simpatia dei nerd di tutto il mondo, ma anche quella della tenerezza e della comprensione, attraverso la figura tranquillizzante e commovente (perché sì, in quasi tutte le scene in cui compariva, io o piangevo, o ridevo; o piangevo ridendo) del robot Baymax. Misto tra Wall-E per la sua componente di dolcezza e ingenuità, e di Dory per quella della stoltezza, Baymax riesce a conquistare non solo i più piccoli, ma soprattutto i più grandi.

Se Big Hero 6  però riesce a colpire nel profondo lo spettatore, mettendo non solo KO la sua resistenza psicologica, ma attentando numerose volte ai suoi dotti lacrimali, ciò è possibile grazie a quell’elemento che, nonostante compaia in un film nato per essere destinato ai più piccoli, non manca mai in un cartone Disney. Come accaduto già precedentemente in altri capolavori usciti dalla Walt Disney Pictures, anche in questa occasione il punto di svolta della trama narrativa coincide con un lutto. Un lutto famigliare, per dirla tutta.
Era accaduto già nel lontano 1946 con Bambi, per poi ricomparire nel Re Leone nel 1994 con la morte di Mufasa per mano del fratello Scar; era accaduto nei più recenti Up! con la morte di Ellie e in Alla ricerca di Nemo con la morte della mamma del piccolo pesciolino; e ora è successo nuovamente in Big Hero 6 con la morte di Tadashi. Più che una componente sadica, a celarsi dietro tali decisioni sembra quasi ritrovarsi quella che Aristotele denominava col termine “catarsi”. La morte di tali personaggi, in cui per noi tutti è facile identificarsi, porterebbe, cioè, a una purificazione dei sensi, una liberazione delle proprie passioni e ansie. A raggiungere tale stato certo si passa attraverso un bel sacrosanto pianto liberatorio, oppure a un terribile trauma infantile (esempio a caso: la morte di Mufasa), eppure sono proprio questi momenti di passaggio che hanno reso così speciali e uniche queste pellicole.

Ed è sempre dietro a queste perdite che si vanno a nascondere molto spesso i vari insegnamenti che ogni singolo cartone Disney tende a trasmetterci. La Disney è unica in questo: ogni volta riesce a lasciare un nessaggio profondo nello spettatore; un insegnamento di facile comprensione, in modo che anche i più piccoli possano afferrarlo. Forse solo le opere nate dal genio di Miyazaki possono competere sotto questo aspetto.

Ottimo il doppiaggio: è stata una piacevole sorpresa constatare quanto bene Flavio Insinnia abbia doppiato Baymax. Non ci avrei scommesso un euro fino all’altro ieri.
Da lodare inoltre l’accurattezza e l’attenzione riposta dai realizzatori in ogni singolo dettaglio per quanto riguarda la realizzazione grafica sia della città (San Fransokyo, misto tra San Francisco e Tokyo) che dei personaggi. Ovvio, anche io faccio parte dei nostalgici che provano un certo affetto di malinconia per i vecchi e cari disegni fatti a mano, ma bisogna comprendere che i tempi stanno cambiando, i bambini stanno sempre più crescendo in un ambiente in cui il concetto di “disegno 2D” è tanto sconosciuto quanto le funzioni di matematica alle superiori. Pertanto ben venga la computer grafica; e ben venga se è applicata a storie come queste di Big Hero 6. Tanto a far conoscere ai più piccoli i classici Disney ci siamo noi grandi (o Rai2 a Natale).

Elisa Torsiello per Radioeco

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