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[RECENSIONE]: Boys Noize – Out of the Black

Con Out of the Black, suo terzo album, Boys Noize, nato ad Amburgo con il nome di Alexander Ridha, ha trovato la formula per confezionare un prodotto leggero che è un irresistibile passatempo o un piacevolissimo sollazzo. La ricetta prevede un miscuglio di techno ed electro, più un tocco di house, possibilmente francese. A guarnizione una spolverata di voci robotiche, tanto per gradire. Alla fine si otterranno tanti piccoli dolcini, da mangiare per sfizio, non perché si abbia fame. E si prendono così come capita, quando se ne ha voglia, perché l’album non è dato dalla somma delle sue parti, ma di esso ogni parte è condensato.

L’inizio è gustosissimo e senza bruciature. L’album è già tutto in What You Want. Autocompiaciuta e autoreferenziale (che altro dire del «track one» ripetuto più volte in questa che è effettivamente la prima traccia dell’album?), furbetta e dal facile appiglio. Insomma, una goduria. È una sorta di manifesto, specchio di quello che verrà: questo ti piace, questo ti do. Si stipula come un patto, un compromesso con il pubblico, in cui l’artista è come se cedesse ai suoi gusti e alle sue richieste, per quanto facili possano apparire, con consapevolezza e astuzia. Il risultato è accattivante, divertente; il piacere inevitabile. Alla fine ci si domanda se non sia meglio mandare indietro e ricominciare la canzone e il conseguente piacere dall’inizio, invece che proseguire, andando avanti. Confesso che io quel tasto l’ho premuto.


Lo stesso impulso si ha per molte delle altre tracce, a cominciare dalla subito successiva XTC, che, se ve lo state chiedendo, si legge come la nota droga da discoteca. Ecco, appunto, come non detto. Ma alla fine quando parte il «take it, take it» anche i morti non potrebbero che scuotere almeno la testa. E poi entra quel basso pazzesco: «Now do it». Poi, verso la fine, il beat si liquefà e nulla può pareggiare gli urletti sciolti nel basso. Questo infine si abbassa, e i battiti tornano a farsi sentire. Fine.
In Missile c’è un beat marziale che martella e colpisce indefesso. E poi vengono scariche laser, musichette varie e assortite, sirene e quant’altro. Insomma tutto quello che serve per comprometterti l’udito, ma almeno ti sei divertito.

 

Ich R U comincia con un beat pulsante su cui una voce robotica ripete sconnessa le parole del titolo. È puro kitsch. Il risultato è quasi comico. Non pare esserci senso apparente, ma forse è ancora il solito: l’artista conosce il suo pubblico, è il suo pubblico. E gli da in pasto ciò che vuole, niente di più, niente di meno. Mentre il beat sia alza e si abbassa, tra un fluido breakdown e l’altro, si passa a Rocky 2, traccia che è tutta nel suo basso aggressivo e letale, come titolo vuole. Circus Full of Clowns rallenta il ritmo e finisce la prima portata: un rap sommerso e ipnotico come il beat half-step, dei bassi pesanti. Siamo tutti clown sulla stessa giostra.

 

Conchord è l’interludio che introduce al secondo atto di questo furbo gioco. Si svolge tutto in un crescendo irrefrenabile che esplode in un finale quasi epico. Touch It è tutta voce robotica incomprensibile, beat e linea di basso. Punto. Con la meraviglosa Reality l’album torna a pulsare, a trascinarti via con sé. Nel basso ci si perde tramortiti: «la la la». «Go!» e si parte per l’impennata finale. Il fischiettio e i synth celesti di Merlin servono a farti riprendere. Il basso è tuttavia ancora quanto mai presente, tramortente.

 

Con Stop, quando si sta per vedere la fine, l’album torna a essere il piacere proibito che era all’inizio. Ancora una volta il beat serve solo a martellare, la voce stessa nella ripetizione costante si fa beat. E poi ancora laser ed effetti vari, a cui abbandonarsi spensierati.
E poi viene il gran finale. Come la prima parte, anche questa si chiude con una canzone hip-hop, Got It, che, dulcis in fundo, vanta la collaborazione che non ti aspetti: Snoop Dogg. Così, mentre il rapper californiano fa il suo con divertita e divertente nonchalance, il basso vuol fare concorrenza a quello indimenticato di Bonkers di Dizzee Rascal. Allora si pensa che, sì, non è di certo la musica che salverà il mondo, né la più originale tra tutte le musiche del mondo, e che, pensa tu, ha persino i suoi buchi nel mezzo ed è piena di additivi e conservanti per apparire più buona, ma ha tutta l’attrattiva di una bella scatola di cioccolatini.

Luca Amicone

Redazione musicale

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