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[Recensione] Carol

Presentato durante la scorsa edizione del BFI London Film Festival (ne avevo già parlato qui) e al Festival di Cannes 2015, Carol è l’ultimo film di Todd Haynes con la partecipazione di Cate Blanchett e Rooney Mara. Un lungometraggio sulle donne e per le donne che avrà sicuramente una grande eco sul pubblico. Ambientato a New York nel 1952 il film narra la travolgente passione fra Carol e Therese che scoprendosi innamorate, riescono a fregarsene delle rigide convenzioni dell’America della guerra fredda, in cui l’omosessualità era vista come un disturbo dell’individuo.

Therese Belivet è una giovanissima impiegata in un magazzino di giocattoli. È il periodo di Natale, i ritmi accelerano e le decorazioni compaiono, ma lo sguardo di Carol è forse il più bel regalo che potesse capitarle. L’alibi di un guanto dimenticato al momento dell’acquisto farà rivedere le due per un pranzo, con cuori palpitanti e tanta voglia di amare. Therese che si discosta sempre di più dal suo spasimante, scoprirà di amare Carol, donna facoltosa, più grande, sposata e con una bambina. L’inverno freddo di New York non riuscirà a bloccare la passione tra le due, che intraprenderanno un viaggio verso Ovest, un viaggio senza metà alla scoperta di sé stesse e dei loro sentimenti.

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Incisivo, intimo e romantico, Carol è un melodramma che si dispiega lentamente in un alternarsi di ellissi temporali, montate in modo del tutto originale. Una fotografia tenue, che focalizza l’essenziale e riesce a condurre lo spettatore all’interno della vicenda, svelando i tratti drammatici e le sensazioni dei protagonisti. La colonna sonora s’intona all’ingenuità dell’amore, a tratti essenzialmente puro come la neve che scende nelle foto scattate da Therese a Carol. Una passione sgozzata dall’impugnazione del pregiudizio, da una giustizia utilizzata come ricatto. Carol verrà considerata non “adatta moralmente” ad avere in custodia la figlia, vedendosi costretta a controlli psicologici per curare l’omosessualità. Un ritratto storico, ma forse senza tempo, che lascia l’impressione languida del passato con la vivida consapevolezza del presente.

L’immobilità di qualche scena si contrappone alla dinamicità di certe riprese e crea un altalenante tormento interiore nello spettatore rispettando perfettamente i picchi sentimentali delle protagoniste. Un viaggio verso l’assoluto, in cui la cromaticità leggera di un inverno americano sembra spegnere le luci del Natale, smascherandone l’allegria fittizia. Quando non può sbocciare l’amore, neanche le cose risplendono del loro bagliore originario. Il tormento nel volto di Cate Blanchett è intriso di paura e tenacia, per un’interpretazione magistrale, senza alcuna pecca.

Un regista che sa osare vista sia la scelta della tematica di estrema attualità che la volontà di rompere l’equilibrio attraverso scene nudo e il sesso. Carol è una Vita di Adèle (film di Abdellatif Kechiche, 2013) ante litteram, in quanto ne condivide presupposti di base, pur scostandosi a livello storico. I sentimenti però sono senza tempo. La lentezza e la prosa visiva possono rendere il film sicuramente pesante, ma se lo si interpreta come un viaggio idealistico (nell’accezione romantica del termine), si riscopre la bellezza nella grana di quella che sembra una vera e propria pellicola e la purezza di un amore che alla fine rifiuta il pregiudizio. Mi verrebbe da paragonare quest’ultimo lavoro di Hayns allo squarcio sulla tela di Fontaine (“Concetto Spaziale, Attesa”) per una società, di ieri e di oggi, che convive ancora molti vezzi e pregiudizi. Toccante, nonostante un procedere lento e sinuoso non da tutti digeribile.

Alessio Foderi per RadioEco

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