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Recensione: Cattivissimo Me 3

Arrivano anche in Italia le nuove avventure del non più cattivissmo Gru e della sua banda di Minions. Al loro fianco l’inseparabile Lucy e il gemello di Gru, Dru. La banda questa volta dovrà combattere il temibile villain dalla sindrome di Peter Pan, Balthazar Bratt. Qui di seguito la nostra recensione e l’intervista ai doppiatori italiani.

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Ogni spettatore posto dinnanzi a un film – idealistica proiezione in fotogrammi della realtà – si ritrova inevitabilmente a tifare per il bene, o per il male, con la non coì remota possibilità che un’irrefrenabile simpatia lo avvicini al villain di turno. Loro, gli alazon della fantasia, figure dalla personalità sfuggente e così sublimamente attraente, ammaliano e conquistano lo spettatore, fino a tenerlo ingabbiato nelle loro tele fatte di sotterfugi e manipolazioni. Lo aveva già intuito William Shakespeare, che ha reso immortali personaggi come Macbeth, Riccardo III, o Iago, uomini così mefistofelicamente iconici, tanto da imprimersi in maniera indelebile nella memoria collettiva. Un sunto narrativo, questo, che dal Bardo di Stratford-Upon Avon è giunto fino a casa Disney, ed è proprio qui, nel regno delle fiabe e dei sogni che diventano realtà, che esso è stato sfruttato al meglio. I cattivi Disney sono personaggi a tutto tondo, caratteri vili ben definiti, sospinti da un obiettivo preciso e ostinati a perseguire la loro meta anche a discapito della vita degli altri. Sono trasfigurazioni cartoonistiche del male da cui fuggiamo nella vita di tutti i giorni, ma da cui, una volta trasposto sullo schermo, siamo inconsciamente soggiogati. Ed è proprio dall’attrazione primordiale per il male, per la sua generazione e catarsi finale, che l’Illumination Animation ha improntato la saga di Cattivissimo Me. Quelli proposti dall’Illumination Animation in Cattivissimo Me sono personaggi inizialmente avvolti da un’aura di odio e vendetta, ma che nel corso del film, tra una risata e l’altra, risalgono la scala emotiva del cambiamento fino ad abbracciare un nuovo ruolo attanziale, non dissimile eticamente da quello del protagonista.

La Illumination non è la Disney, sia ben chiaro, e mai ha avuto la presunzione di esserlo. Forte è la volontà di questo studio di prendere le distanze dai canoni stilistici che stanno alla base delle produzioni uscite dalla maison di Topolino, al fronte di un linguaggio e stilemi narrativi molto più canzonatori e a tratti meno seriosi. Ne sono un esempio lampante il successo ottenuto dai Minions, esserini gialli dal linguaggio infantile e del tutto inventato, divenuti col tempo vero e proprio simbolo di questa saga animata. Il confine tra giusto e sbagliato si fa in questo terzo episodio sempre più netto, al fine di rendere in maniera quanto più esplicita possibile, e ben assimilabile dagli spettatori più piccoli, gli esempi da seguire e quelli da evitare. L’insegnamento moralistico che sta alla base dell’opera, fa pertanto di Cattivissimo Me 3 un prodotto, seppur infarcito di battute apprezzabili e capaci di strappare un sorriso anche al pubblico più adulto, alquanto prevedibile e incapace di lasciare un proprio segno nell’immaginario comune. Ma ci sono anche dei lati postivi dietro questa nuova avventura di Dru.

despicable-me-3-digital-fox-696x418Ciò che allo stesso tempo rende vincente Cattivissimo Me 3 è non tanto la figura del villain, quanto la storia che ha forgiato questo personaggio. È la fallace accettazione del tempo che scorre di Balthazar Bratt a rendere davvero affascinante, e realistico, questo personaggio. La sua volontà di congelare il tempo in un’epoca in cui il suo nome era sinonimo di successo – per mezzo di espedienti materiali quali la bubble-gum, il cubo di Rubick, o il walkman – è la stessa volontà che noi tutti conosciamo giunti a un punto X della nostra vita. Ci guardiamo indietro nel vano tentativo di fermare il tempo che inesorabile scivola via. È un sentimento di malinconica nostalgia su cui negli ultimi tempi il mondo dell’audiovisivo sta particolarmente giocando, con continui rimandi e rifacimenti a opere anni ottanta (si pensi solo a Stranger Things, IT, o a un cinecomic come Guardiani della Galassia). Il successo nuovamente bramato da Bratt, quello di “bimbo cattivo” , Gru l’ha abbandonato da tempo, preferendo la sfera dell’ordinarietà. Una scelta che l’ha reso un buono, certo, ma che agli occhi di Balthazar lo fa trasformare in un nemico da combattere, mentre davanti a quelli del gemello un rammollito, nonché un fantasma da cui sfuggire perché proiezione di quello che potrebbe diventare se anche lui decidesse di non essere più un “bad boy”.

La regia di Pierre Coffin e Kyle Balda si adatta bene al contesto narrativo, presentandosi in maniera ancor più dinamica rispetto a quanto fatto nei capitoli precedenti. Anche la sceneggiatura cerca di assumere un tono più maturo, toccando aspetti più profondi e ben conosciuti dal pubblico più adulto, quali gelosia, invidia e delusione (e sì, anche i Minions vengono aizzati a portatori sani di sentimenti come rimprovero e nostalgia). Interessante a questo proposito la scelta di introdurre la figura del gemello di Gru, ossia Dru (personaggio doppiato sempre dallo stesso interprete del protagonista, e quindi Steve Carrell nella versione originale, Max Giusti in quella italiana). Dru si presenta come la controparte totalmente opposta di Gru, non solo fisicamente ma anche caratterialmente. Ora che il protagonista ha abbracciato la bontà d’animo, bisogna che sullo schermo coesista (al di là del villain) una sua nemesi dedita alla malvagità. È come se la parte più cattiva di Gru, totalmente rinnegata alla fine del secondo capitolo grazie all’amore per Lucy, si fosse distaccata da lui per umanizzarsi e prendere le sembianze di Dru. Questa aggiunta ha sicuramente rinvigorito una storia altrimenti banalotta, facendo sì che la lotta tra il bene e il male si colorasse di una sfumatura in più. Se da un lato si acuisce infatti il fattore del divertissement, infarcendo le sequenze di continue gag e imprevisti in salsa slapstick (si prenda la scena dei Minions in prigione) dall’altro si rende alquanto più labile il confine che definisce il passaggio da una personalità dominante buona, a quella cattiva. Tutto perfetto, se non fosse che alla base sussiste una prevedibilità narrativa che porta la storia a una risoluzione poco sorprendente ed entusiasmante.

Voto: 7-

Qui di seguito vi lasciamo l’intervista audio a Max Giusti, Paolo Ruffini e Arisa che noi di Radioeco, insieme ad altri colleghi radiofonici, abbiamo realizzato in occasione della proiezione stampa del film.

 

Elisa Torsiello per Radioeco

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