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Recensione: Chiamami col tuo nome

Ottobre 2017. Al London Film Festival viene proiettato Chiamami col tuo nome. A fine proiezione succede una cosa ancora mai vista in una sala inglese. Il pubblico di critici si lancia in una standing-ovation commossa. Tre mesi dopo, finalmente, possiamo dirvi il motivo dietro tanto successo. Per crederci correte al cinema a vedere il nuovo film di Luca Guadagnino

Call Me By Your Name 12

“Elio… Elio…” questo nome sospirato aleggia nell’aria e si insidia nello spettatore. Il suo sussurro passa dalle orecchie e arriva al cuore, perché Chiamami col tuo nome non è un semplice film. È una poesia fatta di immagini in movimento; è la trasfigurazione visiva di un sentimento troppo forte che prende per mano lo spettatore e lo accompagna silenziosamente nei giorni, mesi – chissà forse anche anni – successivi alla visione, facendo talvolta capolino nei suoi pensieri per inebriarlo, ancora una volta, di emozioni talmente forti da stringergli lo stomaco e ffargli battere il cuore a mille. Perché quello raccontato da Luca Guadagnino per mezzo del suo Elio (uno straordinario Timothèe Chalamet) non è altro che la rappresentazione visiva del primo amore, quello che ti fa sentire le farfalle nello stomaco, lasciarti sveglio a vagare nella notte, e respirare gli stessi odori del tuo amato. Il regista fa sue le parole del libro di Andrè Aciman (già precedentemente maneggiate con cura, quasi fossero una reliquia, dallo sceneggiatore James Ivory) le assimila, le riscrive a proprio piacimento dandole in pasto a interpreti capaci di dipingerle e rispedirle al mittente sotto forma di performance attoriali convincenti e passionali. Negi occhi di Armie Hammer e il corpo in perpetuo movimento da tipico adolescente di Chalamet, i personaggi di Elio e Oliver escono dalle pagine e ricreano una storia d’amore desiderata, sospirata (proprio come sospirata è la dichiarazione d’amore di Oliver nel climax emotivo della storia, con quel “Chiamami col tuo nome, e ti chiamerò col mio”) e corporalmente cercata. Nonostante numerosi errori di montaggio, con inquadrature non raccordate in maniera perfettamente coerente, Guadagnino rende la relazione segreta dei due protagonisti in maniera poetica, sincera, priva di fronzoli o ruffianesimo. La passione che sfocia in sordina ricorda la profondità empatica di Brockeback Mountain, senza però nutrirsi di quella sofferenza e disperata necessità che legava Jack Twist (Jake Gyllenhaal) a Ennis delMar (Heath Ledger) nel film di Ang Lee. La fotografia, la colonna sonora, gli ambienti, i costumi, sanno della spensieratezza degli anni Ottanta, ma quella che traspira dallo schermo, mescolandosi alla polvere della sala, è una poesia senza tempo che trova il proprio apice emotivo nel monologo finale di Michael Stuhlbarg (incantevole nella parte del padre di Elio). Il viaggio temporale verso ricordi passati non ha nulla degli omaggi ad anni perduti che vanno tanto di moda ultimamente (si pensi a IT, Stranger Things). L’Italia degli anni Ottanta fa solo da mero contorno; è un fondale teatrale allestito per uno dei tanti spettacoli della vita portato in scena senza sipari o copioni e che il pubblico – analogamente a quanto fa Elio all’interno del film – spia dalla fessura di una porta socchiusa, soddisfacendo quel desiderio voyeuristico di veder nascere, crescere e consumarsi il rapporto d’amore tra i due protagonisti. Il tutto nell’ambito di una cornice sospesa, eterna, indimenticabile, come eterno e indimenticabile è il primo, vero, grande amore.


Voto: 9

Elisa Torsiello per Radioeco

 

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