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Recensione: Coco

WARNING: la visione di Coco richiede un pacco gigante di fazzoletti. Basti notare quante volte la nostra recensione del nuovo film d’animazione firmato Disney Pixar impiega il termine “commozione”.

Coco

Ormai si sa; ciò che rende veramente unica la Disney è quel sapere amalgamare tematiche care alla sfera dell’infanzia inglobando a sé aspetti che coinvolgono emotivamente ed empaticamente anche il mondo degli adulti. Una commistione, questa, che si è fatta sempre più forte e consolidata nel tempo, soprattutto nella branca d’animazione della Disney Pixar. I cartoni usciti dalla maison di John Lasseter lasciano quel retrogusto di malinconia e commozione che li rende spesso prodotti adatti più a un pubblico di grandi, che di piccini. Eppure la Disney, così come la Pixar, germoglia dal terreno sempre meno fertile del cinema (si pensi all’ondata di remake e reboot che sta invadendo gli schermi di tutto il mondo) come figlie legittime di un filone di racconti fiabeschi non dissimile da quello lasciato all’eternità dall’inchiostro dei Fratelli Grimm, o di Andersen; un mondo in cui il fantastico cammina a braccetto con il macabro e la sofferenza, così da preparare i più piccoli alle avversità del mondo. Senza tingersi troppo del sangue dei propri protagonisti, le pellicole Disney non hanno mai avuto timore di affrontare un tabù come la morte. Inizialmente relegata, in maniera quasi hitchcockiana (e per questo più traumatica, perché totalmente affidato all’immaginazione e al processo elaborativo del proprio spettatore) al fuori campo (si pensi solo a Bambi) la morte serpeggia negli anni tra le trame disneyane, le affianca, le avvolge, fino a fare la sua comparsa in maniera esplicita e straziante (Il Re Leone), o dolorosamente commovente (Up). Con Coco la Pixar alza l’asticella delle emozioni, elevando l’aldilà al ruolo di primo protagonista. Per il piccolo Miguel la famiglia e la passione per la musica sono due treni che corrono su due binari diametralmente opposti e mai destinati a incrociarsi, proprio come quelli su cui corrono l’emisfero dei vivi e quello dei morti. Sarà solo con la decisione e perserveranza del piccolo protagonista che ognuno di questi universi andrà a scontrarsi l’uno con l’altro; è lui il vero ponte che permetterà di congiungere sogni, ricordi e famiglia, in una maniera meno crudamente realista rispetto a quanto compiuto da Damien Chazelle in Whiplash e La La Land, ma non per questo non gravata da conflitti interiori.

La musica che esce dalle corde di chitarra di Coco è una danza che sa del profumo di infanzia, di memorie passate e sigillate dentro di noi; è una musica che fa ballare le nostre emozioni, mentre sullo sfondo l’ambientazione messicana lascia spazio, magicamente, alla proiezione interiore di momenti e luoghi indimenticabili per ogni spettatore, e che solo un’opera profonda e introspettiva come questa può far rinascere dal cassetto della memoria. Se i bambini ameranno infatti Coco per i colori sgargianti, la stramberia di molti personaggi (uno su tutti, il cane Dante) e la simpatia con cui l’unverso dell’aldilà è stato ricreato, i grandi non potranno far altro che alternare sorrisi colmi di commozioni, alla ricerca spasmodica di un fazzoletto pulito all’interno della propria borsa. È qui che si trova la vera unicità della Disney Pixar: che lo si guardi con gli occhi di un bambino, o di un adulto, l’opera saprà ammaliarti sotto aspetti differenti e sempre uguali. Le avventure che affronterà il piccolo Miguel per cercare nel regno dei Morti il celebre Miguel de la Cruz, è un coacervo di colpi di scena e gag che faranno ridere grandi e piccini, ma il contesto e i modi con cui il piccolo affronta incontri e conoscenze colpiranno in maniera diversa rispetto alle età e alla storia di ogni singolo spettatore. Coco è unico perché capace di comunicare con ognuno di noi; la barriera che separa l’universo diegetico a quello reale si abbassa, avvolgendo lo spettatore e dialogando con la propria interiorità. A questo gioco contribuisce ovviamente una dovizia di particolari e un’attenzione ai dettagli che rende realistico e umano il processo di animazione. Grande e prezioso è il dono di sapiente narratore di cui è stato investito il regista Lee Unkrich, capace ancora una volta, dopo Toy Story 3, di lasciare a bocca aperta il proprio pubblico, mentre le lacrime scorrono veloci, segnandone il volto. Ciliegina sulla torta le canzoni, sia cantate che non, vero fiore all’occhiello per un film d’animazione che fa della volontà di suonare e determinare il proprio posto nel mondo per mezzo della musica, il vero conduttore dell’opera. Plauso a parte, dunque, per Michael Gioacchino, ancora una volte artefice dell’esaltazione delle emozioni per mezzo di una colonna sonora mai invasiva, ma sempre catalizzatrice di sentimenti conformanti al mood del momento.

Coco è risate e commozione; Coco è musica e famiglia; Coco è vita.

Voto: 9

Elisa Torsiello per Radioeco

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