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RECENSIONE: Concord Dawn – Air Chrysalis

Air Chrysalis è un album drum and bass a buon mercato, scaricabile all’accessibile costo di un mi piace su Facebook. È offerto gentilmente dal neozelandese Matt Harvey, da qualche anno residente a Vienna, unico rimasto dietro il nome di Concord Dawn, dopo che nel 2009 il collega Evan Short ha abbandonato il progetto.
Nella dozzina di tracce di cui si compone quest’ultima fatica, Harvey ha scelto di tornare a una drum and bass pura e semplice, lontana sia da un eccessivo uso di Autotune, che macchia o valorizza, a seconda dei casi, molte delle produzioni contemporanee, sia da tentazioni dubstep, a cui tanti e da tutti i fronti hanno ceduto e continuano a cedere. La critica connazionale ha concordemente apprezzato, nonostante l’album non appaia granché bello né pienamente riuscito. Tuttavia rimane un interessante ascolto, in quanto Concord Dawn ha forgiato un suono caratteristico e personale, denso e voluminoso, di qualità diversa da quello che solitamente si sente in Inghilterra.

In Air Chrysalis si alternano tracce strumentali e tracce cantate, quest’ultime concentrate soprattutto nella prima parte. Il suono è di norma chiuso, soffocante, come si può sospettare già dai titoli, a cominciare da These Prison Walls, singolo di lancio dell’album. A cantare c’è Thomas Oliver, proveniente dall’omonima band di Wellington, che si lancia in un rap su beat corposo ma non troppo veloce e basso ruvido e abrasivo. Caratteristiche che ricorrono anche in numerose altre tracce, se non proprio tutte quante.
Rikki Morris, dal canto suo, presta la voce alla particolare One Tear. I battiti martellanti sfociano in un’atmosfera anni ’80, che, per parole e musica, ricorda, soprattutto nell’utilizzo dei synth, le cose più gotiche e oscure di quel periodo («If I live or if I die / Makes no difference to me / Don’t ask why / Where you’ve been / What you know / Doesn’t matter to me / You let go»).

 

In The River, invece, l’eterea voce di Nina McSweeney viene sporcata e imbrattata dal basso di grana grossa e da residui industrial, ma infine riesce a librarsi alta tra i synth nel bel breakdown. La prestazione di Savage in Put Em Up High, invece, è poco convincente così come il beat noioso, ma per lo meno diverso dagli altri.
Proprio nella ripetizione incessante dello stesso schema sta, infatti, il principale problema dell’album. Non c’è variazione o cambiamento. Il beat, canzone dopo canzone, è sempre lo stesso o giù di lì. Bisogna appunto pazientare fino alla metà del lavoro per sentire un ritmo diverso.

In ogni caso, le cose migliori non vengono dalle tracce cantate, ma da quella puramente strumentali, come Evaporate, pezzo di apertura dalla linea di basso tremolante, i synth cupi e il breakbeat sognante, o l’ansiosa canzone che dà il nome all’album intero. Molto riuscita è l’ancor più cupa Electrocute. Un basso parecchio pesante e materiale incombe sui sample fatti di voce scura cavernosa, che ripete senza posa le stesse frasi: insieme privano d’aria la traccia, rendendola asfissiata e asfissiante.

 

Al giro di boa, quando comincia la seconda metà dell’album, si ha ormai l’impressione che si sia già ascoltato tutto ciò che c’era da ascoltare e che ciò che segue non sia altro che stanca riproposizione di quanto già passato. Tracce come Heartburn e Better Days si accavallano l’una sull’altra, omogenee e senza guizzi, benché evitino la noia grazie al sample, la prima, e grazie al bleep, la seconda. Successivamente ci pensano le scariche di basso di Soft Focus a chiudere l’album nel momento giusto, ai primi sbadigli. Peccato.

Luca Amicone

Redazione musicale

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