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[RECENSIONE] Cosmo – Disordine

Accantonati i Drink to Me, band di cui è cantante e fondatore, Marco Jacopo Bianchi fa il grande salto e presenta da solo, con lo pseudonimo di Cosmo, il suo Disordine, che di caotico non ha nulla, date l’attenzione e la cura riposte nella produzione e nella scrittura delle dieci canzoni che lo compongono. E mai disordine fu più piacevolmente sorprendente all’interno del panorama musicale italiano, se si considera quanto contemporaneo risulti nei suoni.

L’obiettivo, nella maggioranza dei casi pienamente centrato, era quello di coniugare il cantautorato italiano con la musica elettronica, liberandolo finalmente dal giogo di chitarre e piano. Urrà. La produzione, a cura dello stesso Bianchi e di Andrea Suriani, risulta particolarmente intrigante e si dimostra aggiornata rispetto ad alcune tendenze internazionali, quali chillwave, il pop elettronico à la Grimes e una frangia del tanto chiacchierato Alt-R&B, le cui influenze sono rintracciabili qui e lì sia nel canto che nella musica.

La canzone d’introduzione, Dedica appunto, nella sua brevità fornisce già una perfetta idea di ciò che si troverà nel disco, svelandone i punti di forza, cioè beat scattanti e attraenti e un sapiente uso dei sample. Nel caso specifico si aggiunga anche una bellissima e sostanziosa linea di basso, che fa da legame con la successiva Ho visto un dio, singolo di lancio, dal riuscito ritornello («Ho visto un dio dentro ai boschi e nelle droghe più incredibili»). L’unico difetto è che probabilmente si allenta un poco al centro, prima di riprendersi nel crescendo finale, avvolto dai synth luminosi, che risulta una costante dell’intero disco, ritornando in parecchie – se non tutte – delle cazoni.

La splendida Le cose più belle è studiatamente costruita. Un’inizio sfocato dai synth e poi il beat, che prima mancava, reso accattivante dagli handclaps. Al centro, in seguito alle parole «e resterà il silenzio», la musica si acquieta, passando in sottofondo, poi riemerge in tutta la sua potenza nell’esplosione finale, ancora una volta innescata dai synth. Infine, l’augurio «poi forse un giorno ci rincontreremo» si spezza a metà.

Tanta bellezza è seguita, purtroppo, dalla non così riuscita Wittgenstein, che, benché ben avviata dal sample che si inceppa come nel footwork, risulta un poco fastidiosa nel canto e negli ah-ah, soprattutto all’inizio, quando anche il beat mostra qualche incertezza nel decollo. Anche se va dato atto che nella progressione si riprende. La successiva Numeri e parole, invece, parte con synth e parole per poi calare un beat dalle sorprendenti influenze ballroom. Il ritornello («Vorrei chiamarti con il nome più segreto») è semplicemente bellissimo. E, tanto per gradire, compaiono pure percussioni esotiche.

La seconda metà del disco si apre con Ecco la felicità, guidata da una linea di synth fissa, ed è un’altra delle cose meno interessanti. Nonostante l’uso ritmico del sample e il bel beat, non riesce mai a scostarsi dalla costante mediocrità poco aurea. Al contario, tra le cose migliori va annoverata Continente, resa preziosa dallo splendio sample che è un ansimo di donna. Belli il basso e i synth, e moderno il beat, in cui gli hi-hats cadono che è una delizia. «Tramonta un continente ed io non sento niente» si ripete malinconicamente. E, oh, c’è quella parte guidata dai soli handclaps…

Anche la rumorosa, per sample e synth, Il digiuno si segnala per l’ottimo ritornello che chiede solo di essere canticchiato («Passi mesi, anni interi a progettare l’aldilà» è il mio verso preferito), mentre l’eponima Disordine gioca tutto sul contrasto tra la dolcezza dei versi, ancora una volta adagiati su un seducente ritmo, e la furia del sample e del beat martellante che giunge a interromperli, fino alla vetta finale da cui si grida ancora e ancora quello che è il titolo della canzone. Infine la riuscita Esistere, dall’atmosfera quanto mai anni ’80, è chiamata a chiudere questo bel disco, e lo fa egregiamente. Wow, come il sample.

Luca Amicone

Redazione musicale

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