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[RECENSIONE] Daft Punk – Random Access Memories

Data la particolarità del disco, anche la mia recensione sarà particolare. Quindici parole per descrivere il disco, un po’ come ha fatto Bowie per il suo. Quindici punti per dire no ai Daft Punk e al loro nuovo album, Random Access Memories. Mi spiace solo di non aver potuto usare anche io “miasma”.

    • RETRO. Da leggersi tronca, come in retrò, o piana, come nel prefisso di parole quali retrogrado, retromarcia o retrospettivo. Annunciato come il disco che avrebbe cambiato il corso della musica, fa una giravolta e tre passi indietro a quarant’anni fa. Serve solo a mandare in brodo di giuggiole Simon Reynolds e a fornirgli materiale sufficiente per almeno altri otto volumi di Retromania, infinte edizioni aggiornate incluse.
    • MUMMIE. Per inscenare il suono antico si riesumano le mummie gloriose del tempo e, come Lazzaro, le si resuscita. Un breve sguardo all’età di alcuni dei collaboratori: 73 anni per Giorgio Moroder, 60 per Nile Rodgers e 72 per Paul Williams. Manca solo Tutankhamon. Quando si dice puntare su forze fresche…
    • SENILITÀ. Che poi, come spesso diciamo, non è l’età anagrafica che conta e, infatti, i più vecchi sono loro, i due robot arrugginiti. Quasi quarantenni e sistemati si volgono indietro alla musica della loro infanzia, rimpianta come l’età dell’oro che nulla condivide della barbarie di quella attuale. Niente di più senile. Precocemente.
    • VITA. Se resuscitano i morti come il Figlio, infondono la vita come il Padre e la prima traccia Give Life Back to Music sta lì a sottolinearlo. La musica attuale è morta, uccisa dai computer – strano che a dirlo siano dei robot – e da internet. Peccato che questa nuova vita sia posticcia. Sono venuti a ridarle l’anima, dicono.
    • ANIMA. Mi pare che la cosa riguardi la ricezione e non la produzione del fatto artistico (sono io, ascoltatore, a dire se trovo sentimento o tutto ciò che generalmente si ricollega alla sfera dell’anima nelle tue canzoni e non tu, artista, a dirmi se ce l’hai messo o meno), ma per loro no. Per loro l’anima è materiale e quantificabile. Si vede nel numero di stumenti veri utilizzati, di musicisti in carne ed ossa impiegati, nell’equipaggiamento fitto e costoso. Insomma, più ce ne metti e più anima hai.
    • UMANITÀ. I robot che si scoprono più umani degli uomini. Dopo tutto un loro disco non si chiamava forse Human After All? Niente di più banale. Ma umanità anche come il fottio di gente chiamata a suonare e cantare, inclusi un amabile coro di bambini e le mummie di cui sopra, perché accantonati sono i laptop e i sample (a quanto pare solo una canzone li contempla). È musica fatta a mano, non campionata ma da campionare. Torniamo al discorso prima: sarebbe l’unica vera musica capace di suscitare emozioni. Però, chiariamolo una volta per tutte, ci sono tracce che nulla hanno di ciò che in genere si definisce “umano” e che sono delle assolute bombe. La questione dell’anima è la più grande menzogna della storia della musica. E poi, nell’appagamento fisico che la musica può indurre, chi ha bisogno di un’anima o di un tocco “umano”?
    • LUSSO. Possedere un’anima costa caro e i due robot tengono a dirci che loro possono permetterselo, a differenza di quel giovane imberbe che tra un esercizio di matematica e un sms pigia i tasti di un computer, talmente al verde da non potersi comprare neanche un flauto per la scuola, figurarsi musicisti veri o uno spot al SNL. Ma quel giovane dice che ha idee, passione e tanta voglia, e chi se ne importa se il suo disco “suona” peggio del loro.

  • VOCODER. Si sa, la voce dei robot non è quella degli uomini e quindi va continuamente trattata digitalmente. E poi, diciamolo, il vocoder fa tanto anni ’80 e chi lo sa meglio di loro che ce l’hanno propinato in tutte le salsa dalla loro prima comparsa? Ecco, se potessi ve lo spaccherei in testa. Cioè… sui caschi.
  • PHARRELL. Si crede il re del dancefloor e fa di tutto affinché lo crediamo anche noi. Passa il tempo a invitarci a muoverci, a ballare, ad abbandonarci alla musica, ma, incatenato alla rupe, sono pronto a sopportare il supplizio di Prometeo piuttosto che starlo a sentire. Sì, Pharrell, va bene, ma se chiudi il becco è meglio, sto studiando.
  • EDM. «Quelle horreur», esclamano con viso schifato i due robot francesi da più parte riconosciuti come i padri della prole americana, numerosa come quella dei conigli, «noi ora ascoltiamo solo disco e soft rock, per il resto non sappiamo di che parli». Tuttavia il passo tra loro e Deadmau5 è breve ed è illuminato dai LED. Intanto loro fanno finta di niente e, con aria snob, si credono i Bee Gees.
  • SPOCCHIA. Poiché ormai tutti fanno ciò che loro facevano, anzi sviluppano le premesse poste dallo stesso duo francese, quest’ultimo, mal sopportando di dover confondersi nella massa, ha sentito il disperato bisogno di differenziarsi, ma, invece di puntare al sole come Icaro, ha ripiegato sull’astuzia di Ulisse, architettando lo stratagemma per fare credere a tutti che come loro nessuno mai e nascondere la pochezza della musica. Very French.
  • HYPE. Il modo è consistito in una campagna pubblicitaria come non se vedeva da anni, anche questa ispirata ai tempi che furono e quindi comprendente cartelloni giganti e spot televisivi. L’effetto, poiché ogni cosa funziona nel contesto del proprio tempo e nel nostro esiste internet, è stato di indurre una paranoia collettiva e di intasare, per tre nanosecondi di una canzone qua e due lettere del titolo di un’altra là, la mia bacheca di Facebook coi loro caschi. Altri invece pensavano che «se tutti i nanosecondi dell’album saranno come quei tre, avremo sicuramente un capolavoro».
  • CASCHI. Toc toc. Sebbene non nasconda che questa voce serva solo a coprire un punto e arrivare ai quindici finali, perché non precisare che nascondersi allo sguardo del pubblico non vuol dire non sembrare presuntuosi o vanagloriosi?
  • RETICENZA. Una volta rivelatosi, l’annunciato disco divino s’è palesato per ciò che è, cioè non un granché. Esposto al pubblico ludibrio, è stato vittima dei più meschini scherni. Tuttavia Metacritc è lì ad attestare un universal acclaim con un punteggio di 87/100. O sono andati a capare quei quattro critici a cui, unici, il disco è piaciuto o c’è qualcosa che non torna. Forse una legge divina vieta di parlarne male.
  • ZERO. Come il voto che darei all’album. Come il numero di belle tracce. Come il nulla che rappresenta. Tondo tondo.

Luca Amicone

Redazione musicale

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