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[RECENSIONE] Disclosure – Settle

Dopo qualche traversia sono finalmente riuscito ad ascoltare Settle, album di debutto di Disclosure, ovvero il progetto artistico dei due giovani fratelli del Surrey Guy e Howard Lawrence, rispettivamente di ventidue e diciannove anni di età, divenuti ben presto i protegés della gente che conta tanto da ottenere anche il benestare della critica. Tuttavia avrei ben potuto scrivere questa recensione una settimana fa, perché l’album suona esattamente come mi aspettavo, o come si aspettava chiunque avesse seguito il duo nell’ultimo anno e mezzo. Trovata la formula vincente, i fratelli vi si attengono fedeli. Ciò comporta musica mediamente buona per tutte e quattordici le tracce che compongono l’album (1), ma priva di guizzi o sorprese, e soprattutto quanto mai furba. Insomma, sentita una sentite tutte, ma che importa, diranno loro, finché funziona?

Settle ripropone la house e il garage degli anni ’90 rivisti e corretti per i tempi moderni e le nuove modalità di fruizione della musica, un prodotto che, benché immensamente derivativo, tutti paiono convinti nel ritenere fresco e nuovo. I due fratelli sono infatti alfieri di quel revival house che ha preso piede negli ultimi tempi in Inghilterra, portato avanti con tenacia anche dalla loro etichetta PMR, per cui escono, tra le altre cose, le grandi noie della coppia formata da Jessie Ware e Julio Bashmore. Musica talmente di tendenza che sono riusciti a incastrarvi pure Katy B (2).
Per questo, bravi quanto desiderate, i fratelli rimangono degli epigoni, senza effettiva impronta originale, di sonorità passate non esperite in prima persona ma vicariamente e rielaborate in maniera quanto mai generica anche se a tal punto efficace da ingannare molti.

Il duo, inoltre, puntando più di altri alla classifica, vuole da una parte comporre questo suono in perfette canzoni pop, minuziosamente costruite, ma dall’altra, pensando anche alla pista da ballo, cerca di tenere il piede in due scarpe, come dimostra la divisione dell’album fra tracce più da club, incentrate su campioni vocali, e canzoni vere e proprie, cantate da una lunga schiera di ospiti, equamente spartiti fra i due sessi (3). Altra quasi perfetta suddivisione è quella tra le canzoni house, che dominano la prima parte, e le canzoni garage, riposte tutte nella seconda metà. Tutte queste studiate ripartizioni finiscono inevitabilmente per destare qualche sospetto, e s’inarca un sopracciglio.

In aggiunta, se si fa pop, si tiene a precisare che è pop buono, diverso da quello cattivo che ha dominato le classifiche negli ultimi tempi. Sono infatti gli stessi fratellini a precisare che il loro pop non ha nulla a che vedere con – mettiamo – l’ultima tamarrata di Nicki Minaj e che se anzi uno dovesse preferire quest’ultima non dovrebbe neanche occuparsi del loro album. Ops… Dalla Minaj, tuttavia, i due ragazzetti potrebbero imparare due o tre cose, la prima delle quali è che non c’è nulla di male nel volere essere apertamente commerciali e la seconda è che non c’è bisogno di giustificazioni del tipo «sì, facciamo pop, ma il nostro è pop di cui non bisogna vergognarsi». Del pop non ci si vergogna. Mai (4).
Insomma, con tutto ciò non si vuole dire che i due non siano bravi ma che non sono così bravi e soprattutto che tutto appare fin troppo studiato, in primo luogo per piacere, e in secondo luogo per piacere a tutti, al grande pubblico come alla critica. I due ragazzetti sono talmente consapevoli, nonostante l’età, di ciò che fanno da farlo con precisione chirurgica e tanta sospetta furberia.

In maggiore dettaglio, l’album è aperto da un’efficace traccia jacking house, When a Fire Starts to Burn, invigorita dalla voce predicante di Eric Thomas, campionata anche nell’Intro, e viene chiuso dalla traccia più meditativa di tutte, Help Me Lose My Mind, affidata alla delicata voce di Hannah Reid dei London Grammar. In mezzo, ovviamente, oltre a qualche riempitivo come Second Chance, che tra l’altro non ha molto da spartire con il resto, ci sono tutti i singoli, a partire dalla meravigliosa Latch, il miglior esempio di ciò che il duo sa fare, grazie anche alla quanto mai ispirata interpretazione di Sam Smith. Il grande successo White Noise al contrario non mi ha mai convinto. Sarà che Aluna suona decisamente meglio quando a produrre c’è George, sarà che quell’insopportabile fischiettio è più dozzinale della cosa più dozzinale con cui se n’è mai uscito fuori RedOne. Per F for You, invece, è lo stesso Howard che si incarica del canto ed è talmente efficace che ti chiedi perché non l’abbia fatto più spesso dispensandoci da qualche presenza poco gradita. Dopo tutto, come dice l’adagio, chi fa per sé fa per tre.

Nella lista dei poco graditi inserirei il nome di Eliza Doolittle, innocua e incolore nell’ultimo singolo dal ritmo 2-step You & Me, appena sufficiente se si considera le decine di canzoni simili e le decine di queste  alquanto preferibili, e se si tiene conto di come Sasha Keable faccia un lavoro decisamente migliore in Voices, con un ritornello che vince a mani basse ogni confronto. Aggiungerei ancora i nomi di Edward Macfarlane, che infesta col suo canto manierato la trascurabile Deafeted No More e quello della cantante di Confess to Me Jessie Ware, scaricatrice di porto durante il giorno ma sofisticata diva house di notte (5), che, sempre più noiosa, dovrebbe forse carpire qualche trucchetto dal collega Jamie Woon che dà la carica a January.

Rimangono infine due tracce garage pensate soprattutto per il dancefloor e che non sono niente male davvero. S’intitolano Stimulation e Grab Her!, sono prive di vocals, ma entrambe spiccano per il magnifico utilizzo del campione vocale. Grab Her!, in particolare, è una delizia, perfetta nella sua semplicità. Insomma i due ci sanno fare, un po’ troppo furbi, ma ci sanno fare.

Luca Amicone

Redazione musicale

NOTE

(1) La versione deluxe prevede anche quattro precedenti successi del duo tra cui il remix di Running per cui Jessie Ware dovrebbe essere eternamente grata ai due fratelli e a loro accendere un lumino tutte le sere.

(2) Mi riferisco al recente singolo What Love Is Made Of assoluta delusione. Non sembra lei ma, appunto, Jessie Ware.

(3) Generalmente si asserisce che il duo preferirebbe vocals femminili, ma è semplicemente falso. Infatti delle nove canzoni cantate quattro hanno voci maschili (Latch, F for You, Defeated No More e January) e cinque femminili (White Noise, Voices, You & Me, Confess to Me e Help Me Lose My Mind). Altro paio di maniche è il discorso sulla migliore riuscita delle prime o delle seconde, o sulla “femminilità” di molte di quelle maschili.

(4) È necessario inoltre chiarire che la Minaj fa parte per se stessa e non può essere minimamente accostata a due mocciosetti qualunque. Si precisa infine, per completezza d’informazione, che Starships batte White Noise 10 a 0.

(5) Preciso che adoro la Jassie Ware scaricatrice di porto, è quella sofisticata diva house che sopporto ogni giorno di meno. Forse se accettasse la sua vera natura, anche la sua musica smetterebbe di tediarci.

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