Oppure copia e incolla questo link dove vuoi!

Recensione – È solo la fine del mondo

A 27 anni Xavier Dolan pare il Re Mida del nuovo modo di fare cinema. Un cinema più viscerale, fatto di stomaco e cuore, dove le parole contano solo per caricare i sentimenti che scaturiscono. Un minimalismo scenografico che trova la sua controparte nelle emozioni che da quegli ambienti germogliano come diamanti nel letame, citando De André. Eccovi allora la nostra recensione di È solo la fine del mondo.

Di Elisa Torsiello

thumb_5675_media_image_1144x724

 

 

 

Louis sta morendo. È lui stesso a dircelo, mentre ogni stacco della cinepresa, ogni oggetto che lo circonda e prepotentemente entra in campo, concorre per ricordarcelo. Vi è soprattutto lui, quell’orologio a cucù, di cui ogni ticchettio corrisponde a un respiro in più per Louis, e un passo avanti verso la morte. Tic tac. Tic tac. E intanto Louis soffre. Tic tac. Tic tac. E Louis è quasi alla fine del tragitto che lo riporterà a casa dopo dodici anni di assenza. La famiglia, il luogo dove siamo nati, ma che può divenire un accumulo di energia nevrotica; la famiglia, insieme di persone che sai che ti vogliono bene, ma che proprio per preservare questo sentimento decidi di lasciare. La famiglia, un canto della sirena che ti attira a sé, pronto a riabbracciarti prima di un altro tuo ultimo canto, quello del cigno. E intanto l’orologio va. Tic tac. Tic tac. Louis sta morendo e non può far altro che tornare a casa. Ne ha bisogno. Deve vedere per l’ultima quei volti che lo hanno accompagnato nel suo cammino di vita, così da riserbarne il ricordo mentre percorre il suo tragitto finale verso l’ultimo respiro; deve abbracciarli, parlare con loro, urlare, così da sentirsi ancora vivo. Tic tac, tic tac.

Xavier Dolan ancora una volta si dimostra capace di portare sullo schermo una storia plausibilmente realistica, priva di orbelli moralistici, perché crudamente vera. Chiunque si può immedesimare in Louis, nel fratello maggiore Antoine, (Vincent Cassell) il quale adora Louis pur non ammettendolo; nella madre orgogliosa del figliol prodigo, capace di farsi un nome e assaporare il gusto del successo; nella sorella Suzanne (Léa Seydoux) che non avendo avuto modo di conoscere il fratello, adora più che altro il mito che di lui si è creata. Si sente viva una sensibilità che permane nell’opera e che trascina gli eventi, emozionando sì il pubblico, ma soprattutto, che lo devasta emotivamente. Ogni parola, sia essa sussurrata, o urlata a pieni polmoni, pesa come un macigno; ogni sguardo (sapientemente colto dalla macchina da presa in continui primi e primissimi piani) esprime ciò che la bocca non sa proferire e, non a caso, è proprio attraverso gli occhi che Louis parla. Vuole comunicare ai suoi cari che sta per morire; è andato lì apposta, ponendo fine a una latitanza affettiva lunga dodici anni. Eppure non ci riesce. Mentre gli altri parlano, disquisiscono urlando, riempiono l’aria che li circonda con la reiterazione stessa del termine “parole”, Louis sta zitto. Come uno spettatore, assiste passivamente a ciò che si è perduto e alla carica isterica da cui è scappato; come il pubblico al cinema, anche Louis si nasconde nel buio, per guardare dinnanzi a sé lo spettacolo di una vita ormai passata, riprodotta sotto forma di ameni ricordi (bellissimi i flashback carichi di colori, soprattutto se comparati ad un presente diegetico reso con tonalità più fosche e cupe) e di una vita che poteva essere, ma non è stata. Louis vuole parlare, ma senza riuscirci; lui che sulle parole ha basato il proprio successo divenendo un autore rinomato, non riesce a comunicare verbalmente, allora decide di parlare con gli occhi, lasciando agli altri l’onore di annientarsi a parole. Perché se Louis non parla, il mondo famigliare che lo circonda urla. Un ossimoro che stride e fa male ancor di più.

È solo la fine del mondo

È solo la fine del mondo

Non sono le urla di Muccino queste. Non sono mai momenti che rasentano il ridicolo, semplicemente perché sono momenti fatti di tutti quei gemiti e singhiozzi nascosti dentro di noi. Dolan è stato capace di organizzare un concerto fatto di note cariche di disperata assertività, di dialoghi fomentati da un’ormai incapacità ormai di trattenersi, che lascia libera nell’aria il propagarsi di sfoghi e pensieri mai esplicitati. Noi tutti passiamo la vita a tenerci qualcosa dentro, consapevoli di far male nel caso di una sua involontaria comunicazione. Ci lasciamo crogiolare, annientare dai nostri pensieri, sperando che il tempo ci curi. Ma il tempo, si sa, non può far altro che acuire ancor più tale dolore, soprattutto se alimentato dal fuoco dei legami affettivi, E Dolan, prendendo spunto dalla pièce teatrale di Lagarce, è stato capace di dar vita a questa sottomissione verbale ed emotiva, attraverso un connubio di esitazioni, errori grammaticali che a mente fredda non compiremmo mai. Quello di Dolan è un mondo fatto di sentimenti, pur trattandosi di opere basate sui dialoghi. Sa dove colpire lo spettatore e gioca tutto su quello. Immagini, come l’orologio cucù, simbolismi nascosti, o personaggi parlanti nella loro immobilità. Si prenda Catherine (Marion Cotillard), moglie di Antoine e quindi cognata di Louis. Nel mare in tempesta, agitato da onde fatte di incomprensioni mai proferite e da nervosismi emotivi, è lei a catalizzare in sé l’incapacità di parlare, o comunque di comunicare in maniera corretta perché trasportati dalla scia di sentimenti che colgono i personaggi impreparati. Il suo continuo confondersi tra l’uso di un “lei/voi” di cortesia e un tu famigliare nei confronti dell’appena conosciuto genero, le sue ripetizioni, le sue esitazioni, altro non sono che la personificazione di un carico emozionale da troppo tempo tenuto nascosto insieme alla polvere sotto ill materasso. Quella lotta continua tra indifferenza e amore incondizionato che porta Louis a non dire niente riguardo al suo destino, andando contro alle sue intenzioni iniziali, non farà altro che illudere i propri famigliari su un suo possibile ritorno (“La prossima volta ci faremo trovare più preparati” dirà la madre, schiacciando emotivamente tanto Louis, quanto lo spettatore perché entrambi consci che una prossima volta forse non ci sarà) alludendo a un lieto fine che non ci sarà. Dolan prende l’emozione cardine del momento e l’asseconda anche registicamente, muovendo la macchina da presa sotto il suo dominio. Gli stacchi, gli zoom, tutto si fa contrappunto visivo di quella data sensazione, acuendo quella carica emozionale  pronta a colpire non solo i personaggi in scena, ma anche il pubblico seduto sulle poltrone, lasciando poi tutti attoniti ed emotivamente devastati.

Musica impeccabile; scelta di campi e piani ben studiati, volti più a colpire il lato emotivo, che ad un’esibizione smaccatamente superba di tecnicismi e autoreferenzialità; un talento innato nella direzione degli attori, rendendoli credibili ed emozionanti. Tutto questo fa di È solo la fine del mondo uno dei film più emozionanti ed attrattivamente angoscianti del 2016. Forse non sarà ai livelli di veri e propri capolavori del regista canadese, come Mommy, o Gli amori immaginari, opere giovanili ricchi di quell’innocenza e carattere naif che si è inevitabilmente un po’ perduto con l’aumento della credibilità autoriale di Dolan. Eppure, ciò che ci si ritrova davanti è un quadro di assoluta perfezione sentimentale, dove ogni pennellata e sfumatura viene riposta accuratamente, e il gioco tra luci ed ombre emotive fanno da contorno a un’opera sublime; in un film che poggia le sue fondamenta su un testo teatrale, e i dialoghi la fanno da padrona, risultava quanto mai necessario saper dosare in maniera equilibrata la carica non verbale ed espressiva degli attori, e una regia poco scontata; il risultato ottenuto da Dolan, quello sì che è la fine del mondo.

VOTO: 8

 

 

 

 

post di questa categoria

Copy of Copy of ON POINT (7)

St. Vincent, Frank Oce...

St. Vincent, Frank Ocean, Mogwai & MORE | Demography #215

ATP (12)

eventi della settimana...

eventi della settimana: W.O.M., Arcade Fire e molto altro| atp #88

19601543_1712235005456746_591522959827034228_n

MUSICA W FESTIVAL 2017...

MUSICA W FESTIVAL 2017 – XXIII EDIZIONE

playlist

Playlist Demography #2...

Playlist Demography #214 | Machinedrum, Mòn e altro

ultimi post caricati

ATP (13)

eventi in toscana: Dj ...

eventi in toscana: Dj Gruff feat. Gianluca Petrella e tanto altro| atp #89

Dipartimento di Giurisprudenza Unipi

Giurisprudenza cambia ...

Giurisprudenza cambia verso: variano distribuzione esami e tirocinio

daground

DAGROUND 2k17 – ...

DAGROUND 2k17 – Interviste dal campo

ATP (10)

eventi in Toscana: WOM...

eventi in Toscana: WOM, Fricat e molto altro | ATP #87

Commenti