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[RECENSIONE] Franco Battiato – Joe Patti’s experimental group

Pino “Pinaxa” Pischetola e Franco BattiatoAggiungere qualcosa di nuovo al passato. Riportare indietro le lancette del tempo per darsi slancio per il futuro. Con Joe Patti’s experimental group, Battiato si rivela come un autentico stregone del retrofuturismo intelligente, quello capace di pescare brani come Propiedad prohibida, contenuta nell’album Clic del 1974, e rivisitarlo alla luce di quello che i nuovi mezzi dell’era digitale mettono a disposizione.

Il disco, uscito il 16 settembre, si aggiunge come seguito del tour Joe Patti (experimental live group), dove Battiato in una formazione a tre, con Pino “Pinaxa” Pischetola ai live electronics e Carlo Guaitoli al piano, ha percorso un itinerario che pescava tra vecchie glorie della sua fase sperimentale anni ‘70 (“Fetus”, “Pollution”, “Sulle corde di Aries”, “Clic” e “M.lle le gladiator”) e successi più recenti.

Sul disco troviamo quello che negli anni Settanta sarebbe stato arduo passare in radio, ma arricchito dell’esperienza che il maestro ha pazientemente costruito in questi decenni, con tutto ciò che va da L’Era del Cinghiale Bianco in poi, aiutato dal suo sound engineer Pino “Pinaxa” Pischetola.

 

 

Partiamo dall’ultima traccia, Proprietà privata, con una doverosa premessa storica: l’ascolto di Clic fu qualcosa di incredibile per quella generazione di italiani cultori della sperimentazione. E sì che esistevano già i Tangerine Dream e la stagione del krautrock era matura, però i ritmi, le doppie voci, le linee melodiche del primo Battiato lo facevano assomigliare ad un Bach dell’elettronica. La nuova versione ne recupera l’atmosfera, senza però trasformarla in una caricatura di culto passatista. Il pezzo infatti contiene in sé un corteggiamento all’ipnosi di Steve Reich filtrato da umori che richiamano persino gli Underworld.

Leoncavallo cita New Frontiers, costruendosi in due parti. Solo nella seconda parte troviamo la voce di Battiato, nelle sue consuete pose mistiche costruite su fasce accordali di sintetizzatore. Non sappiamo se solo gli stessi strumenti che usava negli anni Settanta, il suono è più nitido e pulito, ma l’effetto “cantiere dell’infanzia” è lo stesso. Le voci si faranno presenze recupera atmosfere del Battito di Inneres Auge, e sempre la frase più nota di Inneres Auge compare in Come un branco di lupi, il quale presenta un’interessante seconda parte suonata al pianoforte, con echi ben percepibili di un Terry Riley. Il pianoforte di Klavier invece strizza l’occhio più a Bach. Tutte queste corrispondenze non sono mai dirette, ma sono sempre filtrate e digerite per dire una cosa chiara: “appartengo a un’altra cultura, mi occupo di cose diverse”.

Episodi come CERN, estremamente rarefatti nell’incipit, ma addizionati con digressioni quasi dubstep, ci permettono di entrare nella ratio del disco, che poi è simile a quella dei lavori anni Settanta. Ovvero la costruzione per sovrapposizione, la tendenza a riempire tutti gli spazi sonori disponibili, con un forte senso del “continuum”, senza repentini cambi di rotta all’interno dello stesso brano. I suoni che “vengono da lontano” sono dominanti in tutto il disco, e rappresentano il collante stilistico dell’intero lavoro. Voci e fasci di suoni che nascono in dissolvenza dal nulla, e verso il nulla si dirigono, come comete che incrociamo temporaneamente in una notte fredda.

L’operazione coraggiosa di Battiato non è soltanto aver riportato in vita il suo passato infondendogli un nuovo soffio vitale. Ma tentare di percorrere un Umanesimo delle macchine, cioè di andare oltre la predigeribilità della popular music, anche quando vuole presentarsi come sperimentatrice, oltre l’agenda setting artistica che prevede tendenze uniformanti e regole comuni, per dare a quella che un tempo fu sperimentazione il titolo di “nuova classicità”.

Un’operazione come quella di Joe Patti’s experimental group non accontenta i fans, soprattutto quel pubblico cresciuto a pane e La cura. Ma sollecita i nuovi ascoltatori ad ascoltare i primi passi di Battiato, e sollecita i vecchi ascoltatori ad aprire le orecchie su quanto di nuovo è successo dagli anni Settanta ad oggi.

Insomma è superato l’approccio di quella “sacra sentenza” di Giovanni Lindo Ferretti,  ovvero “il passato è passato, il presente è mercato”. Qualcosa nell’asfissiante mercato musicale delle regole comuni ogni tanto sfugge, e così ti ritrovi a vedere un teaser del nuovo disco, dove un Battiato con acidi in vena sembra stravolgere la dicotomia presente/passato, popular music/musica colta, per mandare (giustamente) in corto circuito le categorie di pensiero delle odierne iene dattilografiche che ormai ascoltano i dischi solo per affilare le zanne.

Joe Patti’s experimental group è un duro colpo a quella “potenza del banale” che rischia di far diventare anche i più stagionati artisti semplice sfondo musicale per acquisti da Zara. Battiato gode di quell’ottima forma, di quell’estro nel comporre, che è proprio degli artisti che non devono fare i conti con le aspettative del pubblico e hanno trovato ottimi compagni di viaggio. Vi pare poco?

Giuseppe F. Pagano
Redazione musicale

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